31 gennaio, 2009

SINTOMI DI CIPRESSI E PARALISI D'ACQUA, vitobenicio zingales



Un bambino che abita il mondo, prima di crescere quel tanto di più, ha come quel naturale bisogno di capire almeno due cose: le ragioni del tempo con il senso del domani e l'irragionevole giustezza della morte con il ragionevole dubbio dell'aldilà. e con la medesima intenzione quel bambino vigila su "quelle cose", tra il perpetuarsi dell'universo e il desiderio d'argomentarci intorno. ci sono cose che s'imparano presto e altre che non ci basta una vita. ci sono storie che le sai e altre di cui non ne vedi il motivo. alcune che magari sono giuste e altre che manco stanno con i piedi per terra. alla fine ci sono cose che c'impallidisci e non sai da dove prenderne il verso e altre che puoi non crederci, ma sei semplicemente tu. cose che s'afferrano la vita e la mettono lì nel mondo perchè t'illudi che l'onnipotente ci possa girare intorno. fino in fondo. fino alle cose che per il loro senso sai d'essere ancora bambino. e i bambini quando ancora sono bambini, passano il loro tempo tra una vertigine e l'altra in bilico tra l'essenza della vita e la sostanza di un miracolo. il tempo così agito, si trasforma dilatandosi tra un'epoca e l'altra perchè l'Uomo Interiore possa riconsiderarsi ancora bimbo in questa sorta di "tempo ritrovato". nel tempo dello stupore s'innesta così il tempo della conoscenza... e più di quanto possa fare il mondo girando intorno al suo perenne ago. ed ecco perchè alcuni bambini quando crescono sanno d'essere beati...
ci sono cose nella terra che come certune parole hanno senso solo quando per gli uomini che le governano, imbastiscono storie così potenti da cambiare perfino le cose che stanno dietro al senso delle cose in terra. ci sono cose che te le metti davanti e che se te le lasci entrare dentro, e più di quanto possa fare una vita, ti cambiano nell'istante in cui ti sono dentro. per queste cose alcuni uomini ci vivono e ci muoiono, per queste cose taluni uomini seppelliscono il proprio nome fino a quando altri uomini non ne liberano l'anima da quelle che in realtà sono cose che non sono. ci sono cose meno grandi, ma talmente possenti che nonostante la forza e la fede, gli uomini c'affogano dentro, dimenticando talvolta di possedere quella dignità che li fece, per il senso di quelle cose, liberi alla nascita. e sebbene siano anche Dei, per queste cose, gli uomini, imparando la morte, uccidono (per l'arte, la religione, la scienza, per la politica, il potere, il controllo). ma è per queste cose che il mondo gira ed è per queste cose che "è" la vita sino alla fine di "ciò che gira". a volte è un sogno, un delirio, un'ossessione, spesso è un miracolo, un'idea, un'illusione, sempre è nell'Uomo. quando accadono, queste cose cambiano le cose di prima, cancellandone la storia e le fortune proprie, e tale è il loro accadere che al proprio passaggio nulla di così potente potrebbe permanere ancora tra le cose del mondo.
il senso del nostro evento è una di quelle cose. nessun decreto divino, neppure il più potente fra i divieti morali è pari al motore immobile che sottende alla forza di tale evento. e il senso di "quel Sole Dominante" ne è il perenne impulso.

"Come ombre cave, fischianti silenzi, aldilà del guaire lento degli orizzonti, il tanfo della morte possiede la medesima voce. ulcere di sole e untume di cielo hanno pozzanghere di mani che come tumori traversi creano pinguedine d'ossi e amori amanti imbecilli di luce. forse laringi d'acqua, come tagli d'aria su schianti di loculi, troppo ricolme per contenere ancora squame di ricordi. lordura di morte su avanzi di rose per il remigare assente e il calazio sulle palpebre della polena. ridossi di nero ridondano a scaglie sulla remittenza dei vecchi, fra sintomi di cipressi e paralisi d'acqua, e sulla schiena della ruggine in mezzo al flaccidume della "grande piazza." come luna biancastra espettorante frattaglie di memoria aldilà dell'arido sangue del vento, la prima zaffata di morte ha il timbro sordo della mia innocenza" (individuo maschio, polacco, n° 76358kj56). 23 marzo 1933, le squadracce di hitler si erano impadronite della germania. l'elite delle fogne era ascesa al potere. otto wels, immediatamente dopo l'incendio del reichstag del 23 febbriao 1933, dirà: nessun decreto potrà mai darvi il potere di distruggere queste idee, che sono eterne.





fra angeli e demoni nei pezzi precedenti, cari lettori, lo smarrito senso di quell'evento.




Foto di martina zingales

30 gennaio, 2009

CANNIBALI: FRANKIE! da "rosso denso nero"

Sulla linea nera, oltre l'orizzonte di nebbia e cemento, tiepidamente apparivano le prime congruenti formazioni di ferro. Sterminate isole di cointainers e di silos. Torri in alluminio e pagode in plexiglas. Distillerie di "aquacoca" e un qualche avamposto di acida calce. A ricalco sulla nebbia e sul più supponente fra i silenzi sfuggenti il nero dell'alba. Certamente per sbigottire, sicuramente per ricordare l'imponenza del sistema a chi avesse voluto sovvertirne i meccanismi e la cosa in sè.
A picco sul mare erano solo coltelli di cielo, grandi come le immense stalattiti di polistirolo, fra il 7° souk e le ribalte neobarocche del mandamento ottavo. Vanadio e amianto scolpivano la schiena rotonda ai marabutti porpora, lì fermi ad arrossire, non per le antiche leggende, ma per il convergere, assai meno minaccioso di quanto non fosse l'idea per cui erano, dei tralicci sulle fogne aldiquà del "muro". Sulla deriva delle alghe moltiplicavano invece i consueti trambusti delle blatte. D'altro la natura non poteva disporre considerato che lì le nubi tossiche rassegnavano ancora ogni sporta di irrespirabile ed intollerabile elemento. Che fosse l'alito dei ratti a sbuffare il grigiume intorno era risaputo più di quanto non fosse palese l'aspro sentore del gas oleodotto incuneante fra le Tredici Torri e il grande Viale 512. A tratti, come concetti che a malapena integrano, spuntavano, appesi a robuste funi d'acciao, i megaschermi a impulsi elettrici, con gli ultimi protocolli mandamentali. Non era salutare neppure per le mosche azzardare là un semplice ed innocuo svolazzo. E forse l'intendimento dei creativi era proprio quello: determinare l'effetto aldilà del più che inducente, lusingante e benevolo stupore. Quanto mai perniciosa era l'ombra che, per l'artifizio delle luci ad intermittenza, poste sulle cornici degli schermi, si collocava a raggiera fra il ripetersi smodato dei tralicci, là tendenti ad evocare la Legge, e l'innescarsi dell'illusione di là del "muro", ancora ridondante per effetto della trascorsa ultima grande insurrezione. Alla fine erano le consuete abbondanze, riprovevoli più della mente che ne aveva elaborato il fine meccanismo. Fosse stato per esaltarne il mito! Ma erano lì, a cataste, a mucchi inutilmente allineati per mostrare forse alle moltitudini l'impeto e la furia, qualora ve ne fosse stato bisogno. Di "multifunzione" in quel perimetro se ne contavano più di trenta: dal distributore di "aquacoca", al miscelatore di sperma da impianto, dal pedoviaggio, ai simulatori d'ogni sorta. Un solo "grande occhio" invece monitorava quel pezzo di metropoli. Di là del muro, comunque assoggettata alla Legge, quella era e rimaneva la sempre solita periferia.

Sbirri e puttane la sapevano bene quella parte di città. Come i preti e i "mala" all'angolo.

Il primo fendente sbranò il centro del cuore. Fra un battito e l'altro. Crudele, spietato metallo. Affondò sagittale nella carne con quella violenza che è pari solo alla più incredibile predatoria precisione. L'infinito apparve al primo getto. Fra porpora e fango delineò la conseguenza di un abisso. Come se vita e morte venissero fuori al primo inesauribile schizzo di sangue. Nel buio cobalto una lama incastrò fra mammelle che furono chissà quante volte madri. (...) Un suono che per infamia e ferocia è più di quanto possano i vigliacchi in tempo di guerra, casa per casa, a caccia d'ogni specie di misericordia, come se Dio fosse pari all'ultimo fra gli ultimi sbirri in campana. O probabilmente meno di quanto possano gli stessi in tempo di pace. E non ci fu niente da fare: sarebbero occorse chissà quali e quante spirali per riuscire a contenere la furia di un uomo convinto di sapersi superiore all'ennesima sporca invenzione morale. (...)
"E allora", l'ombra schizzò dall'altra parte della casa, impedendo al mondo d'allungarsi sulla punta del suo asse. Come dal quartiere al tunnel 17.
Pochi passi e quello penetrò dentro la più piccola camera dell'appartamento numero 354. E qui l'atto venne ripetuto. A ciclostile. In perfetta sequenza. Ghiaccio e metallo. Due fendenti al primo dei fratelli, due fendenti al secondogenito. Al cuore e alla gola d'entrambi. Alti poco più di un metro lineare.
Quattro minuti in tutto. Duecentoquaranta secondi soltanto. Per un massacro.
L'ombra tornò in sala. Guardò la pendola. Si avvicinò alla scrivania e prese la sedia.
Lentamente in un sorriso mirò la città e le consuete meccaniche rinascite di là del muro. Di sotto era l'algida paleria dribblante. In mezzo la moltiplicante semenza di citofoni e armato cemento. I gorghi di luce esplodevano il resto. Più pallidi del solito.
Un solo minuto alle sei.
Poi chiuse gli occhi e spalancò la bocca.
Un solo colpo e il proiettile gli aprì in due il cranio.
(da Rosso denso nero, vitobenicio zingales, 2008)

Mi pongo, vi pongo una domanda: quale fra i tanti impulsi inferiori può scatenare la furia della più avida fra le belve? Da qualche parte ho scritto di pesci cannibali fra loro, qui vi scrivo di Frankie, padre amorevole e marito perfetto. Nella prefazione a "Cannibali" di Korn, Radice e Hawes, Massimo Picozzi, riprende Hannibal Lecter: "una volta un uomo cercò di interrogarmi... mi sono mangiato il suo fegato con un piatto di fave e un buon Chianti."
Aldilà dell'intreccio di violenza ed ebbrezza di controllo che accomuna tutti i "cannibali" da Jeffery Dahmer ad Andrey Chikatilo, a Issei Sagawa, cos'è che spinge il nostro vicino di casa, in grigio e per bene, a trasformarsi nel "solito" mostro che per la serie degli omicidi senza apparente movente valica ogni limite tollerabile? Quale onnipotente Dio ne innesca l'incredibile avidità? Quale inappagabile ebbrezza ne ottenebra la più semplice, reale e condivisa visione del mondo? Solo ragioni biochimiche o neurologiche? Come spiega Adrian Raine, lo psicopatico è sostanzialmente un individuo con sentimenti sopiti. Una delle caratteristiche che lo contraddistinguono è la mancanza di coscienza. Se non ti relazioni agli altri come persone, come esseri umani, allora è ovvio che sarà più facile compiere atti tanto efferati senza provare il minimo sentimento di disgusto o pietà.
Il disgusto che ne proviamo dice di noi più di quanto (Korn, Radice e Hawes, Cannibali) vorremmo. Sotto l'ipocrisia e l'inaccettabilità del tabù, oltre gli ambigui significati legati al cibo e aldilà dei complessi ideali della dottrina cristiana, spunta un lato nascosto dell'umanità. Nonostante il concetto a noi caro di civiltà, l'uomo è istintivamente violento, crudele e capace di tutto... a tal punto da annientare il più grande fra i decreti divini e il più potente fra i divieti morali. Le limitazioni del tabù non rientrano in nessun sistema che dichiari in termini generali che ci si debba astenere da un dato comportamento e che motivi tale regola. I divieti del tabù non hanno motivazioni e sono di origine sconosciuta. Quindi, come ricorda Freud, sono inintellegibili per noi che ne siamo dominati.
E allora? Può bastare?

Frankie nel prossimo pezzo ve lo confesserà....

Foto di luca lucchesi

29 gennaio, 2009

IMMAGINI D'IMPATTO

















Giuseppe Iannozzi


il primo comandamento del Joker


Sono un uomo di poche pretese
Polvere da sparo, dinamite, coltelli
Non ho bisogno d'altro
Sono un uomo di poche speranze
Voltarti le spalle mentre tiri le cuoia,
lasciarti ai piedipiatti, ai giuda, a tua moglie
Non ho bisogno di guardarti in faccia
Ho visto tanti cazzo di borghesi
Occhi sempre fissi uguali, pupille a spillo
E Cristo inchiodato all'Eternità
E la casa e la scuola e la chiesa, 'sta porca democrazia

Che diavolo pensi?
Chi diavolo ti credi d'essere?
Tu, con carte di credito e verdoni da cento
ne hai baciati di cessi
senza tirare mai lo sciacquone;
e ora che ti senti arrivato
vorresti far fare la stessa fine a me
Amico, vecchio stronzo, io ho smesso da un pò
di cagarmi sotto; di guardarmi le punte delle scarpe;
di giocare con la lingua sul dente che duole
Di battermi il petto in favore d'un "mea culpa"

Sono uno di poche pretese
Non te l'ho ancora raccontato
come m'è spuntato questo sorriso
da orecchio a orecchio!
Allora ascolta bene, non sono uno che ripete
le storie due volte: il mio vecchio diceva sempre
ch'ero un frocio sottomesso, un cacasotto
Non sorridevo mai e gli facevo fare brutta figura
con quelli che per lui contavano qualcosa
più d'un calcio in culo, d'un pugno in un occhio
Lui sempre dannatamente allegro
e io più triste d'una bara vuota
Un giorno c'ha avuto l'illuminazione
Mi ha aperto la bocca con le sue proprie mani
e ha continuato a far forza in su e in giù, sempre di più
Ma non era abbastanza, non riuscivo ancora
a sorridere secondo il suo comandamento;
così ha cacciato fuori di tasca il coltello
e "zac!" da una parte e dall'altra
Da quel giorno non ho più smesso di sorridere
Ora che sai, che cazzo ti guardi ancora?

Sono un uomo di poche pretese
Polvere da sparo, dinamite, coltelli
Non mi servono soldi
Bruciarli è però divertente
Capisci che cosa intendo?

Te la sei fatta sotto un'altra volta
E' per questo che devo farti fuori
Sono uno che non ci pensa su
quindi non ce l'avere su con me
E' che sei un vigliacco, uno dei tanti
Non ci hai mai pensato, vero?
E' colpa tua se ti trovi in questa situazione
E' tutta tua la colpa, tutta la merda
che ti scivola fuori dalle budella

Io sono un uomo di poche pretese,
per questo vado avanti

Giuseppe Iannozzi, poeta, editor, giornalista
bio-iannozzi è la sua pagina personale
biogiannozzi.splinder.com
Giuseppe Iannozzi aka Kinglear
Morte all'alba, lulu com, racconti
Nere. Gli anni delle innocenze. Poesie











Luca Lucchesi


sangue nero petrolio

Sangue nero petrolio e vagonate di merda per
l'ultimo treno che ancora aspettiamo verso il paradiso nostro budello:
salami appesi alla locanda del rigattiere del cielo.
Sangue Nero
Petrolio e penne cobalto mare per l'ansia di ritornare...


Luca Lucchesi. Director, Film-maker





























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Foto di martina zingales
Copertina di elisabetta costantino

28 gennaio, 2009

IN NERA: ASSETATI DI CARNE! da "nerodentrozero trilogia"


Era caldo. Una di quelle mattine che erano già in culo al mondo. L'umidità colava a secchiate. Cadeva a piombo sul filare vetro e cemento dei bravi superdotati palazzi al centro. Era caldo. E bollente. I vapori sospendevano come miraggi fottuti sull'acre sapore benzene. Sale scommesse e bordelli. L'anice da mischiare all'acqua e il sangue da essicare al sole. Aromi inconfondibili, secondo piano al "borgo", da Pasquale Margiotta, il chincagliere. Linee fra terre e quartieri. Savana. E silenzio. Ancora per poco. Come gli indegni cumuli di fango. La città fra uno stronzo marciapiedi e l'acuminato spigolo di fronte. Famelica e spalancata. Crudele. Cinica ad ogni guizzo d'onda chiaro cobalto. Righe piscio di cagne, sbattute sull'algoritmo dei muri, sapevano di quel tanfo che tanto faceva metropoli e gocciolio monossido colante. (...) Strade. Allungavano sul solito miraggio di lattine e di condom imbevuti di sole. Bollicine e getti. All'aperto. Sotto alle cosce del sole. Quasi fossero treni senza binari da scorrere sotto al piombo delle giornaliere tratte: dal paradiso al centrocittà. Diradavano poi sulla punta del medio dritto stampato là preciso una cifra, fra le pupille del primo stronzetto in cerca di quelle solite rogne e di quei maledetti guai. E se pigliava giusto, lo stronzo ci moriva in pieno, galleggiando sull'ultima goccia d'inchiostro pompato nel cuore. Era caldo. E supporre faceva male. Faceva storto. (da "Thomas Sparacio, DomPerignon e Polvere Caviale", vitobenicio zingales, 2008)
(...) Era freddo. Svuotato di tutto. Appariva tutto al rallentatore. Perfino la luna. E gli odori metallo-benzene combinati al vapore denso del nero sangue sottile a schizzi petrolio. Ma erano istanti. Acuminate strategie: chi preda e chi la prende nel culo. A quell'ora la giungla e la ferocia e tutto quell'abbondare di lamiere cobalto di sotto al filare del nero marciapiedi sul ciglio della civica strada per bene. Abitacoli e ricettacoli di niente violento. Per niente. Per due soldi. Che ti spaccano in due. E magari ti sparano due colpi trentotto per un biglietto da cinque. Fottuta metropoli e limpide nere cazzate. Al rallentatore pure le ossa che spezzano e di mani che imbracciano fendenti. "Bastardi, a prendersela con un vecchio... ". La notte si gode la scena, dritta all'angolo, appoggiata al solito piscio di muri fra scintille di cagne e sagome di ramarri notturni. Solo ingredienti algebrici. La somma equivale sempre ad un perfetto zero. Sottrarre è complicato. Meglio badare ai propri cazzi e a quegli sporchi mucchi di sogni alzati in 120 comode rate. (...) Sangue sottile a schizzi petrolio. La città dappertutto. Distintivo di latta, 9x21 e qualifica abrasa. La Legge. E la fottuta savana. (...). Sangue sottile a schizzi petrolio. Il primo è un diretto. In bocca. Mi frantuma due canini. Mi spegne quasi. Che vomito. E barcollo. Il pugno è del collega, quello che se la rideva mentre l'altro mi tastava da dietro. Mi caricano in macchina. A forza. Uno davanti a guidare. L'altro mi scivola a fianco. Sento i loro aliti. Li sento da vicino. Hanno sete: di carne, di violenza, di morte, di me. Ma che cazzo centro con loro? Non può essere vero. Sono tutori della legge. Poliziotti. Sbirri. Sono bevuti. E fatti di erba. Malvagi, ma sbirri. (...) Era buio. Più notte di quanto non avessi mai visto in vita mia. Si girava un film. Mi avrebbero fatta nuova: mi avrebbero stuprata. (...) Cercavo di ricordare dove avessi letto la storia di uno stupro. Cosa fare, chi essere, a cosa pensare, come reagire, la doccia... immaginavo una doccia calda. Avrei levato via lo sporco. Una doccia calda. Incominciavo a ricordare. Avrei dovuto sforzarmi. Sarebbe durato chissà quanto. Mi avrebbero rigettata in strada. Avrei fatto la doccia. Avrei dimenticato. Mi avrebbero annientata. Spezzata. Avrei fatto la doccia. Calda. Che leva via tutto. Anche lo sporco più schifosamente nero. Ero serena, mi avrebbero lasciata in vita, alla mia stronza doccia del cazzo. In nero. Dall'alto. Quattro mani. Tanfi. Di bestia (...). A malapena sento il respiro e il rumore di una cerniera che s'alza. Hanno finito. Con me hanno finito. Cercavo di ricordare dove avessi letto la storia. Ma inutile. Prima la punta, poi freddo, alla fine caldo. Uno squarcio. Fra le costole. Fino in fondo allo stomaco. La lama. Che penetra il mio sangue. In ultimo l'arte (...). "Forza puttana... ora si torna a casa... " Medesimo saliscendi. Ramaglie. Sterrato. Nel nero. Flic, flac, flic, flac, flic, flac, il solito tergicristalli e la solita pioggia nera che sporca. Un solo accenno d'acqua acida nera. La pioggia nei miei occhi. Destra, sinistra poi stop. Catrame. Semafori giallolampeggianti. Al volo. Sfinita, smembrata. Mondo indegno al catrame. Cocaina, sbirri e i mafia. Spietati. Nel vicolo. Nuda, scuoiata. Su quell'unico pezzetto di vetro. Spazzatura. Cherosene e puttane. Flic, flac, flic, flac, flic, flac. (da "Sangue nero petrolio", vitobenicio zingales, 2008)

Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale senza l'autorizzazione degli aventi diritto.

Foto di Martina Zingales

22 gennaio, 2009

Del bene e del male.

Del bene e del male.
Ancora una volta sull'aspro conflitto che vede le schiere dell'oscuro confliggere con le buone volontà viventi il mondo. Aldilà di quanto possa apparire infallibile la cosa, l'alternarsi della disputa, da quando esiste il genere umano ad oggi, innerva sulla pratica della buona concordanza, laddove i punti di convergenza suscettibili di riunire gli uomini di buona volontà in uno spirito di tolleranza indifferente o attiva, non vengono più deliberatamente esplorati. E' preferibile l'egoismo più sfrenato al più noioso e poco mercantile degli altruismi. Oltre lo zero è solo lo zero... e indagare la "noia" è uno di quei lussi che solo pochi si concedono. Alcune merci risultano invendibili ed improponibili, altre, per contenere il popolo imbecille o le solite irose avanguardie pensanti, risultano tecnicamente perfette e assolutamente adatte al "fabbisogno" delle moderne democrazie, soprattutto ai protocolli delle più potenti fra le sociocrazie occidentali. Tutto ciò che è riferibile alle certezze terrestri è solo corruttibile dalla morte e fino al limite dell'essere nel mondo è godibile in quanto estremamente possibile. Il piacere mi viene solo dalle certezze che posso. E chi mi determina sono le cose che agisco. Non mi pongo sullo scarto fra bene e male perchè la mia valenza d'uomo-eroe è riconosciuta dal mondo per il piacere che offro in possibile certezza. Ancorchè illimitatamente immorale, tutto serve alla giustezza del mio piacere che io sia il primo fra i potenti o l'ultimo anonimo dei cittadini, che io inneschi la più brutale fra le guerre o eserciti il diritto al voto nella speranza d'ottenere quel poco di dignità umana e sociale.
Quella gnosi superiore che poneva l'accento sull'"Uomo di desiderio" e postulava una "tradizione prima" appare sommersa dai fanghi propri del mondo dei sensi e a tal punto che il suo dorato guazzo pare confutare qualsivoglia verità fra i migliori ed illuminati ragionamenti scientifico-spirituali. Aldilà della mera parvenza dei sensi è soltanto ed unicamente lo zero. Come la vita, la fede, la patria, la bellezza, la sapienza.
Ed ecco, io mi do alle tenebre per contemplare i più eccelsi culmini della materia e per trovare attraverso essi la comunione immediata con l'empirico e il fenomenico. Nessun'altra "cerimonia parallela" può recarmi quel sommo piacere che mi viene direttamente dalla più rozza delle esperienze. Aldilà dei miei occhi nulla può essere più sublime della carne che avvolge la vita. Ed ecco, io uccido. Ed ecco, io mi beatifico nella morte perchè solo dal sangue predato colgo i rapporti fondamentali tra i vari livelli della realtà, dal più effimero al più avvenentemente disastroso. La funzione salvifica e soteriologica mi viene solo se devasto, solo se alla mia terrestresizzante intellettualità non pongo limiti. Ed ecco, io uccido. E mi piace... mi fa Dio. Le verità più elevate mi sono state comunicate dal palcoscenico della storia soavemente avvinto dalle connessioni al corpo e alla terra. Io sono tra i "pronti" poichè figlio esclusivo della Ragione Umana e per quanto possa apparire infausta la mia natura, io sono molto più simile a Dio e più di quanto anelerebbero tutti quelli che qualcuno sulla croce o dal deserto ebbe a definire come "i portatori di umanità". Ecco perchè uccido. Io decido, io sono. E fra il bene e il male scelgo la più oscura fra le ipotesi poichè in essa e soltanto in questa Io mi ricordo. E a voi ricordo che sono il più potente fra gli Dei conosciuti, da quell'antico evento che mi fece uomo.
Credetemi, è molto più lusinghevole e meno appariscente la mia menzogna di quanto non siano le ingannevoli verità contenute nel Logos.
Ed ecco, in verità vi dico: uccido, io sono.

Foto di luca lucchesi.

18 gennaio, 2009

Mi chiedo a cosa servi, Dio


Mi chiedo a cosa servi, Dio.
Aldilà di quanto possa essere il suo presunto estendersi fra uomini e Dei. Aldilà di quanto grande possa essere la sua potenza. Aldilà dell'essere Allah, Cristo o Confucio, mi chiedo a cosa servi, tu Dio. Mi hanno detto che sono Uomo. E ho sorriso al mio orgoglio. Mi hanno detto che questo mondo è anche il mio. E ho sorriso alla mia furia. Più di quei tanti che popolano la mia vita, perchè in essi possa riconoscermi Uomo, mi hanno suggerito a quale fra le storie devo incastrare la mia. E ho scoperto la morale. E la menzogna. La storia e la fortuna dei suoi effetti. Lentamente il mondo mi ha posseduto. Lentamente ho posseduto il mondo dentro me. Attraverso il tempo ho conosciuto la bellezza e il piacere... l'estetica e la sua cosa in sè. Col tempo il mondo mi ha attrezzato a riconoscere nella menzogna una delle vie verso la verità. E ho utilizzato la menzogna per elevare alla storia il primo dei pilastri. Da lì è giunta la prima fra le mie grandi certezze: io sono me. Aldilà di quanto possa supporre il mondo, io sono Universo e Dio. Decido da me le mie vertigini. E di volare. Di far volare e di far vibrare. D'essere assoluto tra i fondamentali, più di quanto possa la morale nell'evocarmi Uomo. D'essere dominio, più di quanto possa la storia nell'elevarmi eroe o santo. Perchè io sono me: Uomo e Dio. Infinito. Più certo di una di quelle qualsiasi invenzioni. Mi chiedo a cosa servi, Dio.
Ora che è finito il tempo della paura. Ora che la morale e la bellezza, la forza e la sapienza, moltiplicano soltanto fra i gorghi dell'oblio. Ora che il sangue degli innocenti, ne riconosco, fra le essenze, la più vitale. Sono stato in Palestina. Ho visitato i marciapiedi di Pechino. Ho fatto un pò d'inferno in vena. Ho visitato la Somalia, l'Irak, il Ghana. Ho visitato distillerie di "aquacoca" e un qualche avamposto di acida calce. A ricalco sulla nebbia e sul più supponente fra i silenzi sfuggenti il nero dell'alba. Certamente per sbigottire, sicuramente per ricordare l'imponenza del sistema a chi avesse voluto sovvertirne i meccanismi della cosa in sè. Ho abbracciato più prostitute io che l'uomo al tempo della tragedia in Bosnia e della disfatta in Cambogia. Ho digerito vanadio e amianto, plastica e polistirolo. Sono stato tempesta sagittale, di ferro e di carabina, di stelle granate e di fuoco atomico. Ho amato me Uomo quando negli occhi di chi si opponeva alla mia legge ho visto lentamente la morte. Ho bevuto l'urlo di un bimbo, quando con lui ho finito...
Cosa avresti potuto, Dio? Lì, fra le mie porcilaie? Fra le insolenze del mio quartiere, fra le menzogne del mio far politica? Cosa avresti potuto, Dio? Lì, fra le mie bombe chimiche. Con una lunga lama fra gli intestini di una donna... io Uomo, io branco.
Mi chiedo a cosa servi, Dio.
Ora che lentamente muoio...
Ho lasciato che il mondo mi preparasse e mi addestrasse ad essere Uomo. Non immaginavo verso dove spingesse i miei passi. Ora è solo l'eco di me Uomo.
Adesso so Dio.

Foto di luca lucchesi

16 gennaio, 2009

Chi è Vito Benicio


E' nato a Palermo il 31.5.1963.
Adora Annarita, sposa e compagna, e sua figlia Martina, ama la sua splendida Jesse, un'Harley con cui ha solcato le strade di mezza Europa, dalla Russia alla Romania, dalla Germania alla Polonia all'Ungheria.
Lavora in prefettura, a Palermo, dal 1992, dove si è occupato di vittime della criminalità organizzata. Criminologo, appassionato di criminalistica è stato coordinatore della scuola per criminologi, sez. Palermo del centro Internazionale di Criminologia.
Il suo secondo romanzo "Là, oltre i campi di Sfaax", pubblicato nel 2002, ha vinto tre primi premi (Ibiskos Empoli, Trieste Altamarea e Padus Amoenus parma.).
Ha già "steso" la saga dell'Ispettore Vinci e la trilogia "Nerodentrozero".
"Odio gli sghimbesci delle zanzare quando pensano di essere mosche".
Il suo ultimo sforzo è "Il truccatore dei morti", prima parte di un'avvincente trilogia.

Ha pubblicato:
Là, oltre i campi di Sfaax 2002
Cosa di noi 2003
Il sensale dei ceci 2007
Il truccatore dei morti 2008

Una foto per un racconto

"D'impatto" non poteva che cominciare con voi e con una vostra storia... a partire da uno schizzo di pensiero: una foto.

Posta una foto (vito.zingales@gmail.com) che sia la Tua città, in bianco e nero, a colori, non importa; l'essenziale sarà quel pezzo di vita che scorre fra le strade della tua città: dal nero della cronaca al vivace costume della tua borgata, dall'evento bizzarro alla circostanza che incastra nel quotidiano. Intorno ad esse costruirò un racconto breve. Diventerai così co-autore del racconto.

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