Andyr "Anime stese"14 marzo, 2009
UNA FOTO UN RACCONTO

Carissimi amici,
eccovi le foto finaliste.
La giuria composta da Luca Lucchesi, regista, Irma Vecchio, cinematographer, e Martina zingales, fotografa, si è così espressa sulle cinquanta opere pervenute.
Al primo posto "sguardi" di Luigi Garofalo,
al secondo "luce bianca" di Lucia Papaleo,
al terzo "anime stese" di Andyr Morgan.
Complimenti a Luigi per il suo scatto solare e visionario insieme. I suoi scatti catturano luci ed ombre, là a raccontare il mondo. Le sue immagini sono una finestra sul mondo fra le lentezze della savana e le avidità tipiche delle più grandi e caotiche metropoli. Le sue opere dicono, narrano, confessano sempre senza retorica, con quel senso estetico e con quella cifra stilistica che caratterizzano i migliori fra gli "alchimisti reporter". Luigi, palermitano, grande biker, vive d
a tempo con la sua Suzes in Australia.
Complimenti a Lucia. La sua "Luce Bianca" disorienta per il senso rarefatto dell'immagine, ma insieme coinvolge, affascina e agisce la riflessione per il tumulto che sta dietro l'onirico bianco. La sua luce bianca è radice su cumuli di deserto ed aspirazione verso sconosciute ed anelate essenze cosmiche. Lucia vive ed opera a Mantova.
Complimenti ad Andyr. Le sue "anime stese" raccontano il souk a Palermo. Lo
scatto sacralmente in b/n, sembra gocciolare verso l'eco di un catrame desolante... quello di una umanità a pezzi, ma certamente non vinta, soprattutto desiderosa di "quel riscatto totalizzante". Andyr, creativo e grafico pubblicitario, vive con la sua Elisa a Palermo.
Grazie e complimenti a tutti gli artisti.
Nel prossimo pezzo, "scatto" e racconto... sperando farvi piacere.
vitobenicio zingales
Foto di Luigi Garofalo, Lucia Papaleo e Andrea De Luca
a tempo con la sua Suzes in Australia.Complimenti a Lucia. La sua "Luce Bianca" disorienta per il senso rarefatto dell'immagine, ma insieme coinvolge, affascina e agisce la riflessione per il tumulto che sta dietro l'onirico bianco. La sua luce bianca è radice su cumuli di deserto ed aspirazione verso sconosciute ed anelate essenze cosmiche. Lucia vive ed opera a Mantova.
Complimenti ad Andyr. Le sue "anime stese" raccontano il souk a Palermo. Lo
scatto sacralmente in b/n, sembra gocciolare verso l'eco di un catrame desolante... quello di una umanità a pezzi, ma certamente non vinta, soprattutto desiderosa di "quel riscatto totalizzante". Andyr, creativo e grafico pubblicitario, vive con la sua Elisa a Palermo.Grazie e complimenti a tutti gli artisti.
Nel prossimo pezzo, "scatto" e racconto... sperando farvi piacere.
vitobenicio zingales
Foto di Luigi Garofalo, Lucia Papaleo e Andrea De Luca
01 marzo, 2009
NOI ABBIAMO CREATO DIO. di vitobenicio zingales
L'uomo crea quando non si limita a ripetere, ad imitare, quando offre qualcosa di sè. Non solo in quello che fa e pensa del mondo, ma anche nel modo in cui vede il mondo. L'uomo non può sottrarsi: deve completare gli impulsi del mondo. Dal mondo le impressioni sono la materia prima e queste richiedono quelle integrazioni che da impressione fluida trasformano il mondo in immagine unitaria. Da Platone a Kant, a Goethe... l'uomo come essere che dà forma a ciò con cui ha contatto. "Abbiamo creato Dio", dichiara un personaggio di Montherlant. Naturalmente "creiamo Dio" in un senso diverso da quello in cui Dio creò noi.
Mi piace pensare che il primo tentativo in questo riorientare cosmico è a partire da una domanda che è nell'uomo quando nel suo cuore si hanno metà giochi di bimbi e metà Dio e cioè quale origine propriamente abbia il nostro bene e il nostro male. Sotto che condizioni l'uomo si inventò questi giudizi di valore, di buono e di cattivo? Quanto hanno finora soffocato o promosso la prosperità umana?
E qui mi piace Friedrich Nietzsche. "Che gli agnelli non vogliano bene ai grandi uccelli di rapina, non fa stupore: solo non è questa una ragione, per dar colpa ai grandi uccelli di rapina, se rapiscono i piccoli agnelli."
Pretendere dalla forza che essa non si determini come forza, che non sia un voler dominare, una sete di avidità, un voler annientare, è proprio privo di senso, come pretendere dalla debolezza che si appalesi come forza. Una quantità di forza è una miscela combinata di impulsi, è uno spingere, un volere, un agire. Se gli oppressi, i deboli, i violentati, si convincono con l'astuzia vendicativa dell'impotenza: dobbiamo essere diversi dai malvagi, e cioè buoni! E buono è chiunque non fa violenza, non offende nessuno, non assale, non fa scontare, lascia la vendetta a Dio, e si tiene nell'ombra, come noi, evita tutto il male, come noi, i pazienti, gli umili, i giusti, questo non significa propriamente altro che: noi deboli siamo deboli; è bene che non facciamo nulla per cui non siamo forti abbastanza; ma questo aspro dato di fatto, questa prudenza di bassa specie, che hanno anche gli insetti (che in un grande pericolo fanno il morto, per non fare "troppo"), si è, grazie alla falsità e ipocrisia dell'impotenza, travestita nel fasto della virtù rinunciante, silenziosa, capace di attendere, come se la debolezza del debole stesso fosse un'azione volontaria, qualche cosa di voluto, di scelto, una azione, un merito. Questa sorta di persone ha bisogno, della fede nel soggetto indifferente e libero di scelta, per un istinto di auto-conservazione, di auto-affermazione, in cui ogni menzogna suole santificarsi. Il soggetto è forse per questo fino ad ora stato sulla terra la migliore proposizione di fede, perchè ha reso possibile alla maggioranza dei mortali, ai deboli e agli oppressi di ogni sorta, quel sublime auto-inganno di interpretare la debolezza stessa come libertà, il suo essere così e così come merito."
E ancora Friedrich. "La coscienza di avere dei debiti verso la divinità non è, come in
segna la storia, affatto finita, neanche dopo la caduta della forma di organizzazione della "comunità" fondata sulla affinità di sangue; l'umanità, come ha ereditato in concetti "buono e cattivo" dalla nobiltà di razza, ha ricevuto insieme con l'eredità delle divinità della razza e della stirpe, anche quella del peso dei debiti non ancora pagati e della esigenza di assolverli."
Mi piace qui, ancora una volta, spingervi fra le braccia del ricordo, quando ancora in noi era per metà un gioco di bimbi e per l'altra Dio. Forse è venuto il tempo del comando, forse è giunto il tempo dell'imprudenza. Nonostante l'avidità e la forza dei nostri locali e stanziali uccelli da rapina, le nostre divinità sytanziali, è venuto il tempo di riorientare il nostro mondo interno, da fluida materia prima ad immagine unitaria: siamo noi che abbiamo creato Dio? E' tempo che i nostri debiti vengano saldati. E' tempo che la nostra imprudenza agisca sull'auto-inganno di interpretare la debolezza stessa come libertà. Il senso di un debito verso le nostre divinità (annidate fra palazzi e coorti, concistori e tralicci... di potere) non ha cessato ancora di crescere e proprio continuamente nello stesso rapporto come sulla terra sono cresciuti ed elevati in alto il concetto di Dio e il sentimento di Dio.
Dell'Uomo e la sua seconda innocenza è il tempo che viene. Per ricordare ancora una volta il senso del nostro evento... perchè in noi è Dio!
E' tempo d'essere imprudenti.
Foto di Luca Lucchesi e Vitobenicio Zingales
Mi piace pensare che il primo tentativo in questo riorientare cosmico è a partire da una domanda che è nell'uomo quando nel suo cuore si hanno metà giochi di bimbi e metà Dio e cioè quale origine propriamente abbia il nostro bene e il nostro male. Sotto che condizioni l'uomo si inventò questi giudizi di valore, di buono e di cattivo? Quanto hanno finora soffocato o promosso la prosperità umana?
E qui mi piace Friedrich Nietzsche. "Che gli agnelli non vogliano bene ai grandi uccelli di rapina, non fa stupore: solo non è questa una ragione, per dar colpa ai grandi uccelli di rapina, se rapiscono i piccoli agnelli."
Pretendere dalla forza che essa non si determini come forza, che non sia un voler dominare, una sete di avidità, un voler annientare, è proprio privo di senso, come pretendere dalla debolezza che si appalesi come forza. Una quantità di forza è una miscela combinata di impulsi, è uno spingere, un volere, un agire. Se gli oppressi, i deboli, i violentati, si convincono con l'astuzia vendicativa dell'impotenza: dobbiamo essere diversi dai malvagi, e cioè buoni! E buono è chiunque non fa violenza, non offende nessuno, non assale, non fa scontare, lascia la vendetta a Dio, e si tiene nell'ombra, come noi, evita tutto il male, come noi, i pazienti, gli umili, i giusti, questo non significa propriamente altro che: noi deboli siamo deboli; è bene che non facciamo nulla per cui non siamo forti abbastanza; ma questo aspro dato di fatto, questa prudenza di bassa specie, che hanno anche gli insetti (che in un grande pericolo fanno il morto, per non fare "troppo"), si è, grazie alla falsità e ipocrisia dell'impotenza, travestita nel fasto della virtù rinunciante, silenziosa, capace di attendere, come se la debolezza del debole stesso fosse un'azione volontaria, qualche cosa di voluto, di scelto, una azione, un merito. Questa sorta di persone ha bisogno, della fede nel soggetto indifferente e libero di scelta, per un istinto di auto-conservazione, di auto-affermazione, in cui ogni menzogna suole santificarsi. Il soggetto è forse per questo fino ad ora stato sulla terra la migliore proposizione di fede, perchè ha reso possibile alla maggioranza dei mortali, ai deboli e agli oppressi di ogni sorta, quel sublime auto-inganno di interpretare la debolezza stessa come libertà, il suo essere così e così come merito."
E ancora Friedrich. "La coscienza di avere dei debiti verso la divinità non è, come in
segna la storia, affatto finita, neanche dopo la caduta della forma di organizzazione della "comunità" fondata sulla affinità di sangue; l'umanità, come ha ereditato in concetti "buono e cattivo" dalla nobiltà di razza, ha ricevuto insieme con l'eredità delle divinità della razza e della stirpe, anche quella del peso dei debiti non ancora pagati e della esigenza di assolverli."Mi piace qui, ancora una volta, spingervi fra le braccia del ricordo, quando ancora in noi era per metà un gioco di bimbi e per l'altra Dio. Forse è venuto il tempo del comando, forse è giunto il tempo dell'imprudenza. Nonostante l'avidità e la forza dei nostri locali e stanziali uccelli da rapina, le nostre divinità sytanziali, è venuto il tempo di riorientare il nostro mondo interno, da fluida materia prima ad immagine unitaria: siamo noi che abbiamo creato Dio? E' tempo che i nostri debiti vengano saldati. E' tempo che la nostra imprudenza agisca sull'auto-inganno di interpretare la debolezza stessa come libertà. Il senso di un debito verso le nostre divinità (annidate fra palazzi e coorti, concistori e tralicci... di potere) non ha cessato ancora di crescere e proprio continuamente nello stesso rapporto come sulla terra sono cresciuti ed elevati in alto il concetto di Dio e il sentimento di Dio.
Dell'Uomo e la sua seconda innocenza è il tempo che viene. Per ricordare ancora una volta il senso del nostro evento... perchè in noi è Dio!
E' tempo d'essere imprudenti.
Foto di Luca Lucchesi e Vitobenicio Zingales
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