31 maggio, 2009

Quelli di fb

...Io che mentre lavoro e mi faccio il mio devo vedere se mi hanno visto il profilo o di profilo
Io che so quale personaggio Disney sono e sono quasi sempre il Genio di Aladino
Io che "a cosa pensi" e te lo dico solo perchè sei tu a chidermelo
Io che fa cool dire: c'ho già più di 150 amici
Io che do la mia amicizia che è un prio...E la do solo lì
Io che faccio la guerra tra bande ma sono pacifista nella vita, è solo un gioco
Io che mi sono iscritta al gruppo di chi la pensa in questo e in quell'altro modo, ma non mi sfiora neanche l'idea di avere una tessera di partito
Io che dico "mi piace" e sento di aver adempiuto ad un mio diritto e sacrosanto dovere
Io che cerco il mio caro/a compagno/a di liceo e invece al liceo lo/la odiavo
Io che abbiamo 10 amici in comune ma un progetto comune non lo avremo mai
Io che commento in modo immediato le cose che accadono agli altri perchè è comodo, siamo tra amici e una opinione mia forse non l'ho mai veramente detta
Io che ti dico quale sono le mie attività recenti perchè di attività recentemente non ne ho fatte davvero

Noi tutti che deleghiamo pensieri, parole, gesti, ad un contenitore perchè scopriamo che è più facile vivere dentro il contenitore che fuori.
Noi che è veramente difficile confrontarci con gli altri al di fuori di fb perchè gli altri fuori potrebbero giudicarci.
Noi che facciamo comunicazione ma non stiamo comunicando.
Noi che abbiamo scritto il NOSTRO PENSIERO QUOTIDIANO e forse ancora non sappiamo che quel pensiero sta SCRIVENDO NOI.

elisabetta costantino

foto "gossip" di david la chapelle

QUANDO LE PAROLE NON HANNO NIENTE DA DIRE, vitobenicio zingales



QUANDO LE PAROLE NON HANNO NIENTE DA DIRE
quando le parole non hanno niente da dire. parlano alla cerca del pane migliore. quando crescono in gola e si strozzano non appena dicono. quando buttano aria per non affogarsi fra le vene del cuore. quando le parole non hanno niente da dire e fanno solo paludi di muscoli. quando le parole dicono solo stronzate, minchiate per chi ha ancora voglia di sentire cazzate. quando le dicono gli stronzi, "i mafia", i cialtroni politici, quando le dicono le bionde dopate e i potenti funamboli, quando le dicono le divinità fra gli scranni di roma e i prostituti dentro un campo di calcio. quando le parole non hanno niente da dire. che esplodono dalla canna di una nera "38" o fra i commi di una legge sovrana. quando cercano audience sulla pelle di noi poveri minchioni, quando le parole sono infami e bugiarde ed escono dai budelli dei tanti vigliacchi, quando sono solo di carta e bruciano alla prima miccia, al primo round della quotidiana storia, quando hanno paura e dicono quello che si vuole si dica, quando servono i potenti padroni alla cerca di un qualsiasi fottuto lavoro o per quel millimetro quadrato di spazio in tv, quando non hanno coscienza e stanno di sotto ai pruriti del "don" e dello "zio all'angolo". quando qualcuno vuole che siano dette in cambio di un voto e di quel "solito vecchio favore". quando vengono inventate per il regno di dio, quando servono per ricordare i morti di mafia, drangheta e camorra, quando servono ai soliti discorsi per l'ennesima causa che serve alla patria. quando paghi il conto al posto degli altri, quando ti sbatti fino alla fine del mese, quando tuo figlio crepa e lo stato è al palo, quando qualcuno ti fa il culo per dovere di cronaca, quando paghi le tasse per la decima villa della solita signora per bene, quando i "ventimila" al mese non bastano mai ai nostri onorevoli regnanti. quando ti fai di coca perchè "tanto che cazzo c'è da fare?", quando tutto è in vendita: dalla carne di tuo figlio a soli cinq'anni alla coscienza della più avida fra le bestie, quando col cemento e l'uranio e con il loro peggio scarto puoi farci ciò che vuoi: soldi, potere, consenso e palazzi. quando tutto è glam, cool, sweety, emo, quando tagli di lama o spari di "9 mm" perchè è la piazza a dirti come e quanto sei fico. quando diresti che tua madre è puttana pur di far apparire le tue tette e il tuo culo al grande fratello.
quando le parole non hanno niente da dire... e dicono. e sono già morte prima che il solito imbecille si metta là e le dica.
quando le parole non hanno più niente da dire è venuto il tempo di dire: ora basta... il vostro tempo è finito.


foto di irma vecchio

23 maggio, 2009

"Io amo la mafia"


Io che sono emo e mi faccio due canne al giorno
Io che sono cool e alla grande tiro di coca al week
Io che siccome tutti lo fanno…
Io che vendo, ma che sono minchione a rilasciare
scontrini e fattura?
Io che è nel loro diritto, ma li faccio apparire
come enormi riciclabili favori
Io che chiudo un occhio quando non mi conviene
chiuderli entrambi
Io che ho visto e non faccio una sega
Io che ho sentito, ma non mi fotte una mazza
Io che ho capito, ma me ne sto chiuso, sicuro in campana
Io che al lavoro: “collega, rallenta che tanto qui non fotte
a nessuno!”
Io che “meno male che c’ho l’internet in ufficio… “
Io che il dirigente ci mette l’uno contro l’altro, ma quello che
conta è il pane quotidiano
Io che voto in cambio di euro cinquanta
Io che per un posto di lavoro, non mi piace, ma voto allo “zio”
Io che se ho la “tessera” mi fanno il favore
Io che organizzo sfilate in memoria, ma “quello si, deve”
lavorare: me lo manda il solito “zio”
Io che non me ne perdo una, da Scaglione a Chinnici, ma è una
passerella per pagarmi le spese, tra manifesti, cene e convention
Io che gli stipendi dei miei servi dipendenti
me li ficco alla banca, poi tanto da me devono sbattere il muso
Io che più morti di fame ci sono
e più i miei privilegi schizzano in vetta
Io che ho capito come gira: “’sti cazzi!!!”, mi faccio furbo
e mi guardo il mio
Io che “le lotte di classe e di categoria, Evola e Marx, Ernesto e Togliatti
sono tutte emerite cazzate
Io, ma perché devo fare la fila… che sono minchione?
Io che se non ho l’”amico”, dalla minchiata più piccola
alle cose che contano, ma manco a parlarne
Io che se compro in nero,
sono furbo e pure ci guadagno
Io che mi butto in politica
perché solo lì è soltanto possibile: mi faccio i soldi e divento
qualcuno
Io “e a me che me ne viene se faccio come dici?”
Io che sparo minchiate pur sapendo di fottere
il culo, i sogni e la buona decenza di quei soliti
quattro precari, accattoni sfigati
Io che se mi faccio i fatti miei ci campo di sopra
e in buona salute
Io che il sindacato m’ha permesso
di farmi quei porci comodi che neppure ti sogni
Io che al consiglio di quartiere sono cento euro e passa
per pancia, pruriti e presenza
Io che se ce ne sono altre puoi pensarle
e metterle qui al prossimo giro


Io che oggi è il 23 di Maggio
e mi ricordo che è morto un signore
di nome Giovanni Falcone

Io che il 19 di Luglio… con cappellino e striscione: contaci fratello, sempre presente!

Ecco perché.
Io amo la Mafia.




Testo di V.B.Zingales, grafica di Andrea De Luca

19 maggio, 2009


Mi Ricordo la sabbia. Era finissima. Rosso opaco. Talvolta le dune erano colline, spesso piccoli mari, con onde, abissi e mulinelli di nero.
Lazhar era la mia guida.
Il campo era ai piedi della sorgente… acqua che scintillava al sole come le grandi stazioni di servizio fra la Polonia e la Bielorussia: nel niente, fra il nulla e il mondo. Con le luci e la civiltà bastante… lucidente.
Fra pellegrini,boia e invisibili Dei.
Le rose erano disseminate nel silenzio delle cose fra le profonde tracce delle ruote lasciate a crogiolarsi come nel vento.
Di notte di quei carretti ne incontrammo parecchi. Tuareg.
Conoscono il deserto. Ne sono i signori.
Vendono carbone alla gente dei villaggi.
Era silenzio, a parte i cani in lontananza.
Le più belle, frale rose, erano nel mezzo del grande "lago”, laddove le dune confondevano il proprio infinito con il cielo terso, nel suo sbriciolarsi giallo.
Dormii veramente poco quella notte, anzi sognai tutto il tempo.
Forse per via di quei quattro bicchieri di tè, nel giunco flettente della tenda oppure era ancora la danza della berbera bambina che assaliva i miei sensi. (…)
(…) Là nel deserto non era sempre silenzio, era pure il vuoto assordante:
dell’origine.
Al mattino bevvi dalla sorgente e tra quei zampilli indovinai il riflesso più bello: una rosa scura, blu.
Seguimmo le tracce dei carretti, granello dopo granello… all’infinito.
Lentamente con Lazhar e il suo “deserto dentro”.
La pista in Algeria scompariva e riappariva, come gli orizzonti a “valle”, dal castello di un mercantile, fra Tebarka e Porto Empedocle.
Il souk ci accolse come eroi fra curcuma, muezzin e cumino.
E dappertutto, mani.
A raggiere, colanti.
Quella rosa la deposi, ore dopo, sull’uscio della berbera danzante.
In silenzio, come imparai da Lazhar.
All’alba ripartii da Tataouine.
Mille chilometri a Sud dal Mediterraneo.
Ero solo con il mio deserto dentro.


grafica di andrea de luca

12 maggio, 2009

NDZ_sbirri

Per voi alcuni estratti da NERODENTROZERO Reading Happening. Qui i lettori sono Marta Lunetta, Vito Benicio Zingales, Vincenzo Crivello e Casimiro Alaimo. Filmato realizzato da Hella Wenders e Luca Lucchesi

NDZ_mestiere di merda

Per voi...Alcuni estratti del Reading Happening NERODENTROZERO Trilogia. Qui il lettore è Vincenzo Crivello. Il girato è stato realizzatoda Hella Wenders e Luca Lucchesi

09 maggio, 2009

Pz.n.108 Catrame e frantumi di condom

… mentre ti accingi a riprendere la strada. Il tuo stronzo filo d’asfalto. Da casa al lavoro e da lavoro al tuo buco. Il solito schizzo di muri. Sempre. Ogni giorno. Dalla mattina alla sera. Dal buio alle prime luci che schiodano. Col caldo, col freddo, nel ghiaccio e nell’afa che inchiodano. Di brutto. A crepare. In macchina, a piedi, col treno. Sotto fendenti di cielo o tra cementi compressi. Fra paralitici schizzi di luce e ombre che tardano a pisciare… sul dritto della tua strada. Sul rovescio del filo. Mentre ripercorri la solita, fottuta distanza. Dal primo dei rimpianti all’ultimo dei rimorsi. O magari mentre ti capita un sogno. Uno di quelli per cui ne vale sempre la pena. Ad occhi aperti e col cuore chiuso. A pugni serrati o con lo stomaco a pezzi. Nel nero che butta dal cielo. Nel bianco che manco t’accorgi. Con le tue cose. Che oggi ce la fai. Gira bene. Hai il nirvana dentro. Non può essere che tuo. Il mondo a colori. Finalmente è il tuo turno. Dopo mare di merda e scoli a piombo. Giù in fondo alla gola. Poi un giorno. Dopo i soliti secoli. Finalmente. La strada. Ti piace… è piena di sole. Hai messo punto e ti meriti un bonus. La gratifica ti spetta sebbene non sia proprio natale. E fra i secoli. Invece. Nella tua cazzo di strada con i tuoi schifi segreti, con i peccati che t’intasano saliva e palato, ma che ti rifiuti di dirli all’onnipotente e di darli a Dio. Il rettifilo, la piazzola, il tornante. Viscido catrame. La fermata dei bus, il semaforo, subito dopo l’incrocio. Poi il bar. E ti fermi. La tua strada si ferma. E da lì inizia la solita, stronza cazzo di storia. Oppure sei tu. A fermarti. Citofono, terzo piano, non fare rumore. Una porta che apre e una che schianta. Dall’ufficio, da una casa, da un albergo, dal solito posto. Da quell’ora. A quell’altra. Neppure un secondo di più. Dai vetri la strada di sotto. Aspetta. Ti aspetta. Fai presto. Avrà cura di te. La strada. Che da te ha imparato a memoria la vita.

Ricordo il catrame di Brno. Era caldo.
Una macchia d’inchiostro. Quasi una linea di grandine nera, con tutto il passato. Verso Sofia.
Aguzzi di pietra emergevano da sotto la pelle trasformando la strada in un passaggio di piccoli coltelli: affioranti più dei cattivi ricordi. Sulla schiena del cielo. Sul cobalto dei soliti rimpianti.
E su quelle lame sgocciolavano pensieri. E pirati.
Ricordo che da qualche parte era un tornante, poi era un lunghissimo rettifilo che interferiva col rumore cromato della mia “pupa”.
Nient’altro.
Soltanto io e uno sputo addosso di vento, aldilà era il gardrail. Due lame esposte all’idea del tempo. All’infinito, come i rimorsi.
Raramente erano le prostitute polacche, soprattutto bambine. Che giocavano con i trucks russi. Verso Sofia.
Verso l’inferno.
Talvolta il cielo s’abbassava di un tanto e di là potevi supporre un orizzonte. Una tappa. Uno di quei miracoli a portata di mano. Che potevi afferrare e legarteli dietro.
L’approssimarsi.
Ai lati, però, scheletri di bottiglie e di condom… a milioni. Frantumi ancora caldi di palati rosa. Ero sporco. Di nafta.
E di bestemmie. Le prime, nella mia vita. Le ultime da Brno.
Da solo. Sul catrame. Che il mondo era da quell’altra parte. Col pirelli fottuto e il cielo che cominciava a buttare nero. Era caldo. Nel frattempo, montava il mio nuovo nirvana. Molto meno soul di quanto non volesse farmi credere lo stronzo silenzio a quell’ora. Buttava storto. Più della storia che avevo macinato in quei chilometri al tempo futuro. In mezzo ero io. Da ore, fermo. Al tempo presente. Sul vapore dei condom e quelle vene di vetro.
Il cielo s’assottigliava sempre più, fra breve avrebbe fatto sera. Buio. Cieco. Nero. Ai lati era niente. Solo boschi e io, ancora. A parte il gardrail e quel “raramente” improvviso di polacche bambine. Si, soltanto io. Quasi fossi in mezzo a me stesso e non poterci fare nulla. Sulla strada, piano, andava vedendosi il freddo.
Nessuno passava. Neppure un ricordo. Neppure il più fottuto.
Fra maggio e giugno, pensavo, il mondo comincia a scoparmi.
A Brno. Sulla E66. Quella che cola da Mosca, penetrando chilometri e chilometri aguzzi di vetro e aliti macchiati di condom.
Era freddo. Avviai il bicilindrico per scaldarmi.
Calcolai le distanze. Boschi da una parte, trenta chilometri dall’ultima pompa e cinquanta verso la prossima. Gli infiniti.
Fra quelli, molteplici occhi. Di zingari rumeni. Come fendenti.
E pronti, come rapaci. Radenti. Veloci.
Nella mia bisaccia una lama da ’10. E il mio respiro mozzato e intasato dal diesel peggiore d’Europa.
In lontananza un frastuono di pistoni e nafta. In lontananza. Dio.
Uno di quegli enormi “600” cavalli. Davanti i miei occhi e di un dito sopra lo stupirsi della mia dissenteria.
Avevo sete. E freddo. Non m’importava. Avrei bevuto l’acqua peggiore, da prendere a morsi, nonostante mi fosse puzzata di morte.
Mi prese invece un angelo. L’angelo di Brno. “Ungherese di Buda, piacere: Siciliano di Aziz”.
Irrefrenabile solitudine e parlammo parole impossibili.

Per avere cavalcato un orizzonte sopra quel dito di vetri e di schizzi.
Legammo la “pupa”. E i miei ricordi ai tiranti d’acciaio.
Verso Brno. E i miei rimorsi.
L’inferno prima della Transilvania.
Ricordo d’esserne uscito molto tempo dopo.
E di quell’angelo non ebbi neppure la prima lettera del suo nome.
Come te. Mentre mi leggi, su questo nero filo di grandine.
E aldilà del tuo gardrail?
Come quel maredentro, fra gobbe rosse e sedili neri. Fra le distanze, ineccepibili come il silenzio. Ormai tutto al tempo passato.
Amico, cos’è la tua strada? Soprattutto: dove ti porterà il suo lungo filo di pece?


foto di andrea de luca ed elisabetta costantino

Amore non ne avremo

a cura di elisabetta costantino


Oggi, per chi non lo ricordasse è il 9 maggio 2009, 31° anniversario dell'uccisione di Peppino Impastato. E anche se questa morte è coincisa con il ritrovamento di Aldo Moro, non ci sono morti più importani di altri...Nè gare.
Ecco alcune delle poesie scritte da Peppino, pensatore, sognatore razionale, eroe, antieroe, uomo semplice.

"E venne a noi un adolescente
dagli occhi trasparenti
e dalle labbra carnose,
alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Nondisse una parola
nè fece gesto alcuno:
questo suo silenzio
e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale
nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà:
la nostra pena non ha testimoni."

"Nubi di fiato rappreso
s'addensano sugli occhi
in uno stanco scorrere
di ombre ericordi:
una festa,
unfrusciare di gonne,
uno sguardo,
due occhi di rugiada,
unsorriso,
un nome di donna:
Amore
Non
Ne
Avremo."(da Amore Non Ne Avremo. Poesie e immagini di Peppino Impastato, a cura della Cooperativa Asadin,Renzo e Rean Editori Italo-Latino-Americana Palma, Palermo-Sao Paulo, 1990)

04 maggio, 2009

Mosche, afa, 4 chiacchere intorno allo ZERO

Chicco Allotta per i CHARAMIRA BAND
1. Quanto è importante narrare con i suoni e le note quando si affrontano tematiche dure e aspre come quelle dei racconti di V.B. Zingales?
... Credo che il sound dei Charamira abbia nelle sue radici componenti dure e aspre che in qualche modo sono riuscite a sonorizzare quello che succede sul palco. Credo che la gente sia stanca di assistere a spettacoli teatrali vecchi di concezione e magari con le cover sotto,anche se suonate !!!! è stato per me shock a prima vista con gli scritti di V. B. Zingales , e quindi non ho fatto altro che mettere il nostro modo di suonare al servizio - creando qualcosa insieme ad esso - dello spettacolo!!! Questo è stato importante ed emozionante grazie anche alla bravura degli attori del gruppo in questione. Bravissimi!!!

2. L'ingrediente della sicilianità, della isolanità è, come noto, molto importante nella vostra band. Quanto questo fattore vi ha aiutato nel vostro percorso artistico o quanto vi ha messo in difficoltà?Bhè…La difficoltà è quella di vivere da artista in un territorio dove non esistono figure professionali che si occupano di spettacoli VERI, non politici (la politica, uno dei pochi posti dove ci sono i soldi): quindi parliamo di talent scout per agenzie, di agenzie, di teatri aperti al pubblico, di veri festival organizzati in modo super professionale. La marcia in più, se così si può dire, consiste nel fatto di aver individuato un modo di mischiare la nostra cultura di base, mischiare tutto suonando e tenendo sempre a mente le nostre origine che già sono cosmopolite fin da prima di Cristo!!!! (anno zero)

3. Quale è stato il percorso/iter compositivo che avete affrontato per dare corpo sonoro alle parole di NERODENTROZERO Trilogia?
Ho sonorizzato dei momenti dello spettacolo a modo nostro, pescando da quello che mi trasmetteva la scena in questione; a quel punto abbiamo aggiunto allo spettacolo dei brani del repertorio bandistico
popolare e dei brani del nostro repertorio originale!!! Grande impatto

4. Quali sono i vostri progetti artistici futuri?
Stiamo dando forza ad altri progetti originali a cui lavoriamo da tempo e stiamo preparando il lavoro per registrare il secondo disco dei Charamira, credo 12 o 13 tracce nuove di zecca!!!! Sentirete presto!!!!


di elisabetta costantino

Mosche, afa, 4 chiacchere intorno allo ZERO

IL CORO
PASQUALE MAGGIORE
1. Guardando il coro ho pensato alle Baccanti di Euripide, uno dei drammi classici in cui il coro rivela tutta la sua importanza…Riflette, esprime ideali, agisce da attore….Quanto di quella impostazione è stato realmente trasportato in NERODENTROZERO?
È rimasto tutto, cioè quello che era il coro classico nel teatro greco è stato letteralmente preso e trasportato in questo reading. Nel dramma classico greco il coro è la città, ciò che pensa la gente…Appunto: idee, ideali, emozioni, sentimenti, tutto quello che la gente prova rispetto ad un evento. È esattamente così che è andata. Ed è esattamente così che si voleva che andasse da parte di tutti, sia da parte del regista, che da parte dell’autore, che da parte degli attori. Ovviamente, l’apice di questo sentire comune è stato nella parte finale del pezzo, quella parte polifonica in cui ciascun membro del coro aveva una frase o comunque un’espressione e in cui c’era il sentire incalzante della violenza subita dalla donna…Provare quindi a sentire ciò che la donna ha vissuto in quella circostanza.
Dalla parte dell’attore ovviamente questo significa sentire fino in fondo, perché il recitare non è un imitare, fare finta di…Ma è un vivere letteralmente fino in fondo; per cui tutto il coro, con valenze diverse, ciascuno con la propria storia alle spalle, ha letteralmente “provato” ciò che aveva vissuto la donna di tragico, di violentissimo, di bestiale come lo stupro. Tutti noi abbiamo “sentito” a vario titolo ciò che aveva vissuto la donna…In tutte le fasi di preparazione dello spettacolo e nello spettacolo stesso.
D’altra parte la funzione del coro è di rendere generale ciò che è specifico…Se la specificità in questo caso era il vissuto della donna stuprata, l’elevare al grado di genere questa esperienza specifica è a carico del coro, come del resto accedeva con il coro classico.

2. Il coro si è mosso, all’interno della scena, nel modo più teatrale possibile. Cioè, i lettori erano vincolati dalla posizione, mentre voi avete restituito il movimento teatrale..Quanto questo vi ha aiutato o vi ha creato difficoltà?
Io personalmente ritengo che questo non ci abbia aiutato...Non ci ha nemmeno disturbato peraltro…Era un reading teatralizzato, quindi, in quanto tale, doveva giocare tutto sulla voce, sulla sensazione vocale del testo. Il fatto che il coro abbia avuto la possibilità di muoversi in qualche modo poteva essere un elemento di distrazione rispetto all’interpretazione vocale del testo. D’altro canto, per ritornare al coro classico, in genere questo stava fermo sulla scena in un angolo e invece si lasciava agli attori la possibilità di muoversi sullo spazio scenico. In questo caso la possibilità di muoversi del coro ha in qualche modo supplito all’impossibilità da parte degli attori di muoversi, cercando di dare un cifra attoriale allo spettacolo.
Ci sono dei passaggi importanti in questo senso, per esempio all’inizio, quando gli elementi del coro giocano a fare – le donne le pupe e i ragazzi i bulli – e poi si trasformano in coro vero e proprio, cioè elemento unitario e struttura recitativa. C’è, in quella fase dello spettacolo, un cambiamento di espressione e di postura degli attori che segna un passaggio e dunque la cifra recitativa: dagli atteggiamenti e dai modi sguaiati dei bulli e delle pupe – elementi slegati ed individuali – si passa a canoni di movimento teatrale che implicitamente comunicano al pubblico l’entrare in scena di una nuova unità recitativa…il coro, per l’appunto.

3. Che difficoltà ci sono ad emergere nell’ambito teatrale e/o cinematografico partendo dalla nostra terra?
Le difficoltà sono enormi, nel senso che la Sicilia è un “piazza”, per questo mestiere, estremamente povera. Le scuole sono molto povere e molto spesso non adeguatamente gestite, non ci sono produzioni…Non c’è nulla. Basta pensare che l’unica produzione che abbiamo, Agrodolce (attualmente in onda su Rai 3), rischia di essere bloccata perché la Regione Siciliana non ha rinnovato la convenzione con la Rai. Siamo a questi livelli estremamente poveri e stupidi…Stupidi perché la Sicilia dal punto di vista delle location, dei potenziali set cinematografici è un territorio straordinariamente ricco e ciò è riconosciuto da tutti, ossia da gente che ha responsabilità alte a livello di realizzazione, di sceneggiatura…Cioè la filiera del cinema tutta, ad alti livelli, riconosce che la Sicilia è un territorio per il quale si potrebbe creare un volano artistico, culturale ed economico (quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza) fantastico. Mentre quello che succede in Sicilia è quello che del resto accade anche in molti altri settori della vita culturale, sociale d economica siciliana, cioè nessuno fa nulla…Per restare in tema, tutti parlano di grandissimi progetti; vedi esperienza dei Cantieri Culturali della Zisa, del Khal’s Art…Nei quali si inizia, ma poi tutto perde forza ed incisività velocemente.

4.Progetti?
Per quello che ci riguarda…Lo dico come privato…Nella vita altra…Faccio l’imprenditore, mi occupo di consulenza, di marketing territoriale, cioè partendo dallo studio dei territori cerchiamo di capire come si possono sviluppare…Sulla base di questo creiamo delle idee progettuali di sviluppo; sulla scorta di queste idee andiamo a verificare se ci sono dei fondi da utilizzare sia privati che pubblici e non appena eseguiamo questo match, ci proponiamo al territorio. Se abbiamo risposte positive, sviluppiamo il progetto nel dettaglio, cerchiamo di ottenere i fondi da investire e una volta ottenuti i finanziamenti, lo implementiamo.
Una cosa che voglio fare, proprio partendo da qui, dalle persone che hanno portato avanti questo piccolo spettacolo…è creare uno spazio all’interno del quale si possa fare multiculturalità, dove poter attivare una seria di sezioni artistiche…Quindi cinema, teatro, scenografia, lirica, danza, laboratorio di scrittura, filosofia….Con l’intento di utilizzare eventuali fondi per investimenti…Concretamente significa: non soltanto attivare queste sezioni e farlo con gente realmente motivata, qualificata, ma soprattutto fare in modo che quei settori poi producano economie in grado di auto sostenersi. Insomma, creare una struttura stabile e sostenibile di produzioni artistico-culturali gestita in chiave imprenditoriale e di natura privatistica dove trovi spazio la capacità di fare e produrre sul serio…fare si che Palermo – ma tutta la Sicilia – diventi l’equivalente europeo di Hollywood … non vi pare una nobile idea? … non vi pare qualcosa per la quale spenderci anche la propria vita?




LAURA LODATO
1. Guardando il coro ho pensato alle Baccanti di Euripide, uno dei drammi classici in cui il coro rivela tutta la sua importanza…Riflette, esprime ideali, agisce da attore….Quanto di quella impostazione è stato realmente trasportato in NERODENTROZERO?
Il coro ha avuto il ruolo di supporto, non solo un supporto secondario, ma anche primario. A mio avviso, se non ci fosse stata la presenza del coro, lo spettacolo non avrebbe avuto lo stesso risultato… In alcuni punti il coro è stato quasi uno dei personaggi principali perché nel momento in cui si dovevano sviluppare determinati temi, grazie alla sua presenza, è stata possibile una loro espressione più diretta.
Secondo me, il pubblico ha avuto un maggiore chiarimento del tutto proprio attraverso l’aiuto del coro il quale ha sviluppato ogni tema nella sua completezza.

2. Il coro si è mosso, all’interno della scena, nel modo più teatrale possibile. Cioè, i lettori erano vincolati dalla posizione, mentre voi avete restituito il movimento teatrale..Quanto questo vi ha aiutato o vi ha creato difficoltà?Le modalità con cui è stato registicamente mosso il coro…Sono state teatrali. All’inizio, questa modalità di movimento, l’impatto…Chiaramente il luogo non era un palcoscenico e lo spazio era molto ristretto…All’inizio, ripeto, questo ha creato imbarazzo dato dal muoversi in un ambiente che forse non era adatto per noi che ci muovevamo con modalità teatrali, però poi ha reso.
È come se tutti i tasselli fossero andati al loro posto naturalmente…Nonostante l’impatto, la vicinanza con la gente, la difficoltà di muoverci… Quindi un po’ di difficoltà all’inizio, ma poi piena autonomia e consapevolezza dei nostri movimenti rispetto alle voci narranti che stavano comunque sedute.
Alla fine, quindi, si può affermare che il movimento ci ha aiutato anche perché le voci narranti avevano dei personaggi da interpretare leggendo…Mentre il coro doveva, senza le parole, interpretare ciò che le voci narranti leggevano…
Affinché quindi, il coro avesse piena identificazione, era inevitabile che ci fossero questi movimenti: cioè noi abbiamo dato corpo alle parole attraverso i movimenti, attraverso le nostre espressioni che sono state sviluppate attraverso diverse modalità.
Una sorta di incastro…
Esatto..Hai detto bene…è stato un incastro naturale che si è avviato senza forzature che il pubblico potesse percepire. Quindi la parte registica ha avuto ragione della scrittura proposta…I cui movimenti sono stati diretti da Casimiro Alaimo.

3. Che difficoltà ci sono ad emergere nell’ambito teatrale e/o cinematografico partendo dalla nostra terra?
Io parto come danzatrice e ho lavorato a Roma per sei anni…
Questa in parte è una risposta alla domanda.Sì, ho lavorato nell’ambiente e poi sono dovuta tornare per motivi personali a Palermo e devo dire che ho riscontrato una situazione identica a dieci anni fa…Le cose non sono affatto cambiate. Però devo dirti che le difficoltà che ha un giovane talento che parte da qua, sono quasi identiche a quelle di un giovane talento che parte da una situazione più favorevole…Anzi forse, in un ambiente dove hai la possibilità di incontrare tante persone che vogliono emergere, magari ti trovi in una situazione troppo ampia e difficile da gestire…Ti parlo come danzatrice soprattutto…Tecnicamente per la danza classica esiste un bel contesto qui da noi, però facciamo troppa teoria e quando arriviamo in contesti più ampi, a selezioni dove vedi 300 ballerini…Magari siamo preparati, ma non abbiamo esperienza del luogo, delle giuste conoscenze..Perché purtroppo devi stare sempre attento alle nuove occasioni, capire che ambienti frequentare. Mi dispiace dirlo, ma a volta tutto si riduce solo a questo.
Qua si studia tantissimo, la formazione è ottima, ma non abbiamo la pratica, l’esperienza diretta. Partiamo con una buona base, ma non siamo affatto pratici, ci mancano gli strumenti.
Il più delle volte sei costretto ad andare in altri posti….Con le difficoltà che questo comporta. Non è una situazione di certo positiva, ci devi credere…Ma alle volte ci sono ostacoli che non puoi superare e che vanno oltre la tua volontà.

4.Progetti?
Io sto cercando di sviluppare diversi progetti legati al mondo della danza, con grandissime difficoltà…Perché purtroppo la competizione, in un ambiente più ristretto, è ancora più forte. Le rivalità si sentono sulla propria pelle…Ma non per questo demordo. La situazione è molto lenta qui, come siamo noi Siciliani del resto… Ho lavorato a Caltanissetta con la Giliberto che organizza il concorso “Michela Abbate”, un buon concorso.
Anche se la situazione è difficile, io ci proverò finché avrò energia per poterlo fare.


intervista di elisabetta costantino
Coro composto da: Tatiana La Spesa, Dorotea Giordano, Giusy Nasca, Laura Lodato, Marisa Glorioso, Pasquale Maggiore, Roberto Galleca.

Mosche, afa, 4 chiacchere attorno allo ZERO

PINELLO
1. Interpretare un personaggio non parlando è una prova difficile, sopratutto per un attore emergente…Quali i “trucchi” o meglio quali pensieri?
Trucchi in realtà, non ce ne sono...ehm…Semplicemente no. Che ho fatto? Sono entrato dentro. Sono entrato dentro al personaggio, in quel momento ero totalmente Thomas Sparacio…Ho cercato di cogliere e capire quante più emozioni potevo prendere rispetto a quello che si leggeva. Nel momento in cui si leggeva di Thomas Sparacio, del mio personaggio, io ero ovviamente «Fiero, seta sfrusciante, borsalino e cubano»; nel momento in cui si parlava di Alfa, dei ragazzi, io li guardavo dall’alto in basso, del tipo….Ragazzo di strada, delinquenza…queste cose…Come se dicessi: «Tu sei toco (per chi non è siciliano..vuol dire figo…giusto), ma io lo sono ancora di più». Nel momento finale in cui si parlava della vicenda della ragazza…bhe...là è stato più difficile perché ho totalmente preso tutto, tutte le emozioni, tutte le parole, ho assorbito totalmente tutto… E infatti, dopo l’ultimo monologo, proprio quello della donna stuprata…Sono morto…Ero troppo carico.

2. Quanto del tuo io ti è servito per arrivare al personaggio di Thomas Sparacio?
100%. Tutto il mio io.

3. Quanto è difficile, se lo è, non restare incastrati nel personaggio, ma anzi riuscire a diversificare i propri registri d’attore?
E…Questa è una bella domanda. Perché sto incominciando ad avere i primi problemi…Entrare, uscire dal personaggio; identificarsi nel personaggio…Ehm…Dentro di me c’è Thomas Sparacio, la carogna, c’è, è presente quando mi accadono determinate cose e ho determinati stati d’animo. Però c’è anche altro: certe volte entro in quel personaggio, poi mi sposto..Però non sempre molti se ne accorgono…è un po’ complicato, è un po’ difficile. Alla fine Io sono Io. Come dire…Sono il simpatico, ma dentro c’è Thomas Sparacio, c’è il giovane Torles…Questi tre personaggi principali: Pinello il comico, Sparacio la carogna e il ragazzo con i suoi dubbi. Io incontro qualche problema nel confronto con diversi personaggi, ma alla fine ci riesco. Il problema forse è più vissuto dall’esterno: cioè pochi si accorgono dei cambiamenti. Ad esempio quando voglio lavorare su un registro più drammatico, spesso vengo visto sempre come la macchietta comica….O come il delinquente. Ci devo lavorare. È dura…è dura…

4. Quali sono i tuoi progetti futuri?Sì..ne ho un milione. Mi limito a dire quelli che riguardano il mio percorso attoriale…Anche se faccio questo, altro e molto di più…Con questa scuola sto preparando un monologo con un personaggio all’interno, da portare per lo spettacolo finale che sarà a Giugno a Palazzo Fatta. Poi, attualmente sto lavorando in una commedia dal titolo “Il povero Piero” di Maurizio Spicuzza, che sarà al Teatro Tre (Palermo) sempre verso la fine di Giugno: sto lavorando al personaggio di Osvaldo, un buon ruolo per me in quanto si tratta di un personaggio neutro, un signore borghese…Quindi posso confrontarmi con un registro estraneo rispetto a me: un signore colto, borghese, cerimonioso. Una buona occasione sempre restando all’interno della commedia, ma una commedia dai toni e dai sapori molto british, ironia sottile.
Questo…e poi si vedrà. Si prospettano future collaborazioni…Ci sono sempre Luca Lucchesi ed Emilio Orofino.
Inoltre mi onoro di conoscere Franco Maresco che è un genio e si vedrà…Per ora sono solo l’elettricista, però abbiamo parlato…E mi fermo. Anche per scaramanzia.


intervista di elisabetta costantino

Mosche, afa, 4 chiacchere intorno allo ZERO

MARTA LUNETTA
1. Tu ti sei trovata a leggere, drammatizzandola, la scrittura di Sangue Nero Petrolio che affronta la dolorosa (e doloroso è un eufemismo) vicenda di uno stupro: come si riesce a resistere e superare il dolore della vicenda?
La sensazione che ho avuto quando ho letto per la prima volta il ruolo della donna, è stata forte; raramente mi faccio coinvolgere emotivamente dai testi che leggo per la prima volta: quando ho letto una parte di “Sangue Nero Petrolio” davanti a Vito che ancora non conoscevo, ho avuto per un secondo una sensazione di calore dentro: “sconvolgente” direi. Ho continuato a leggere, e mentre leggevo ho pensato che quest’uomo aveva saputo rendere perfettamente l’immagine di uno stupro. Mi è sembrato quasi strano che fosse riuscito a rendere un’idea come solo una donna avrebbe potuto fare, credo. Lo sforzo che ho dovuto fare con questo testo è stato quello di dover allontanare da me una paura che ho come tante donne, e sapere rendere quello che era scritto in modo glaciale, perché così sarebbero state le parole a parlare.
Ovviamente l’emozione e il dolore non si superano affatto…Ma questo mi è servito per interpretare il mio ruolo: il dolore e l’emozione sono state rielaborate per renderle nella lettura.

2. Cosa significa essere oggi, come ieri del resto, attore siciliano…cioè nascere qui e tentare di emergere?
In questo momento vivo una parentesi molto felice nel mio lavoro..cioè se penso ai ragazzi, miei amici che tentano di emergere e che sono costretti ad andare fuori dalla Sicilia. Effettivamente è ancora molto difficile riuscire ad emergere…Si stenta ad andare avanti. Io davvero mi sento molto molto fortunata, grazie soprattutto alla serie Agrodolce che mi ha permesso di iniziare e di iniziare nel migliore dei modi.

3. A proposito, come è nata questa passione per la recitazione? Quando hai capito che avresti solo voluto essere un attrice?
Tutto è nato dal Laboratorio Teatrale fatto al Liceo Garibaldi di Palermo. Un’esperienza formativa, straordinaria che consiglio. Per me è stata fondamentale l’attività diretta e svolta con Gigi Borruso. Ripeto, una esperienza che mi ha segnato in positivo.

4. Progetti futuri?
Uno spettacolo teatrale che sarà rappresentato in anteprima al Nuovo Montevergini e poi girerà per vari teatri della Sicilia. Il titolo è “Fuori luogo” e si basa su tre racconti diversi: “Il viaggio segreto di Niels Bohr” di Santo Piazzese, “La pupa di zucchero” di Lilia Zaouali e “Il dialogo di Nordia” di Maria Attanasio. Io interpreto la protagonista del racconto della Zaouali, una ragazza tunisina. La regia dello spettacolo è curata da Sandro Tranchina, Alfio Scuderi e Roberto Salemi.


intervista di e.costantino

Mosche, afa, 4 chiacchere intorno allo ZERO

CASIMIRO ALAIMO
1. In una parte dello scritto letta da te durante NERODENTROZERO…si legge: «Dalle nostre parti è per quel TANTINO che si crepa». Quanto aiuta essere siciliano per “entrare nel corpo” di Thomas Sparacio?
Bhe…penso tantissimo…Thomas Sparacio come anche il personaggio di Alfa sono, come dire, un crogiuolo di simbolismi e di codici che sono assolutamente regionali. Soprattutto in certi mondi, soprattutto quelli borderline , comunque quelli estremi sono fondamentali: anche con uno sguardo si può accendere una miccia…E non importa se si fa parte della logica “sbirri” o della logica “malviventi”, tutti fanno parte della stessa logica “codici”. Quindi il rispetto e tutte le altre cose che fanno parte della nostra cultura vengono comunque esasperate, in questa terra soprattutto, e quindi non si può “sgarrare” sostanzialmente.

2. Che tipo di reazione provoca in un attore una scrittura così complessa e paradossalmente così semplice, come lo slang usato da Vito Benicio Zingales?
Ci sono due cose che agiscono come difficoltà: la prima è proprio legata alla scrittura estremamente forte…è un po’ come una poesia, le poesie non vanno interpretate sostanzialmente, vanno lette; il problema è che c’è uno slang, lo slang ti porta invece ad avere una forma interpretativa forte. Diciamo che, la difficoltà più grande è riuscire ad equilibrare una interpretazione slangata molto forte che ti trascina mantenendo sempre il tutto in una forma neutra, come se fosse una poesia. È l’equilibrio la difficoltà. Bisogna, secondo me, essere il più possibile equilibrati perché, comunque, c’è una poesia che va rispettata, se no, non restituisci il testo o comunque non lo restituisci tutto per quello che dovrebbe essere perché la forma interpretativa dell’attore vince sulla logica del testo.

3. NERODENTROZERO è un viaggio attorno alle solitudini umane: quale ti sembra sia quella che contraddistingue Thomas Sparacio e quale la tua, se c’è e se le entrambe coincidono?
Uhm…bella domanda…Sicuramente c’è una solitudine universale in ogni persona, in ogni essere umano e la solitudine universale in qualche modo è il luogo da cui attingiamo tutti. Si pesca, nel caso di Thomas Sparacio in una logica estrema perché estrema la vita che vive nel suo contesto, ma la logica della solitudine è uguale per tutti. Diciamo che, c’è questa solitudine universale che in qualche modo, non credo che riguardi solo me…che sia soltanto quella mia di attore o di fruitore del reading o della figura di Thomas Sparacio, ma credo che sia proprio una solitudine che abbiamo tutti e che esprimiamo in forme diverse in relazione ai contesti che viviamo perché magari quelli lavorativi, di ogni giorno, della società, della famiglia. Le nostre solitudini comunque sono un po’ tutte racchiuse…Solo che la sua (di Thomas Sparacio) è una solitudine eccezionale perché vive l’estremo.

4. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?Faremo con la scuola (“Civitas Tango” ndr.)… Anzi stiamo facendo un percorso già da un anno con gli allievi del corso che hanno avuto la grande possibilità di fare uno spettacolo e questo, comunque, ha concesso loro l’occasione di vivere un’esperienza-spettacolo…Ci sono stati diversi, come li chiamiamo in gergo teatrale, “battesimi” i quali sono sempre delle cose abbastanza complesse.
C’è uno spettacolo che faremo come progetto…Che io odio definire saggio, uno spettacolo itinerante che pensiamo si terrà a Palazzo Fatta; lo spettacolo sarà strutturato in micro monologhi che ogni attore ha portato anche come autore e regista del monologo stesso. Saranno piccolo monologhi che possono andare dai due minuti ai dieci minuti. I ragazzi rivisitano in qualche modo tutto quello che si è fatto in quest’anno nella scuola…Poi ci sarà, spero, uno spettacolo…Questo è anche il progetto di Vito Benicio…Che è quello di fare uno spettacolo sulla scia del Reading Happening NERODENTROZERO e realizzare proprio uno spettacolo teatrale.
La scrittura di Vito è difficile da imbrigliare dentro la bidimensionalità del foglio ….
Sì sfora dappertutto, spara dappertutto, non riesce a contenersi lì, a stare lì
E al tempo stesso, mi è parso, che recitandola subisca una sorta di catarsi…Venga in qualche modo, anche placata con un effetto che non è così forte come quando leggiSì, questo è vero…Ma è vero anche che molto…Molto dipende dalla regia. Perché, se tu esasperi la condizione interpretativa teatrale…Noi abbiamo lavorato molto con Luca, a sedare in qualche modo soprattutto la figura della donna stuprata…Abbiamo deciso di lavorare non sul battere, ma su levare e quindi su una logica di leggerezza…E comunque mi piace molto che si cerchi di portare il pubblico ad una visione non edulcorata della realtà, ma che ci sia una riflessione profonda su quello che succede e che..Magari facciamo finta che non ci sia. Ma c’è questo mondo. Ed è presentissimo…Una presa di coscienza, una consapevolezza è sempre importante. Sforare le logiche di ceto….
Una presa di coscienza è l’unica via d’uscita, o l’unica forma di libertà o possibilità di essere liberi.
Come attore, in prima persona, quali sogni?
Tempo fa ho fatto uno spettacolo, è stato molto difficile ottenere i diritti d’autore, che si chiamava “Quotidiani oblii” ed era ripreso dalla “Nausea” di Sartre…Si parla del 2005…Che vorrei rimettere in piedi…E che forse ora posso riprendere grazie anche agli attori di questa scuola.


intervista di e.costantino

Mosche, afa, 4 chiacchere intorno allo ZERO

VINCENZO CRIVELLO
1. Che cosa significa incontrare nel proprio percorso di vita e artistico Vito Benicio Zingales? Mi riferisco soprattutto al suo mondo così complesso e così a tinte forti…Una tavolozza dal rosso al nero.
La mia “esperienza” di Vito è tutt’altro che intrisa del suo nero, anzi nel mio pensiero Vito è una persona estremamente solare legata ai paesaggi rurali, alla dolce campagna di Gibilmanna e a piacevoli ricordi di una amicizia più che decennale.


2. Cosa ti rimane dentro di un personaggio così “fuori” (dagli schemi, dalla società, dal conformismo) come Alfa, protagonista del racconto “Da mezzanotte a zero”?
Nella mia carriera personale mi è sempre capitato di confrontarmi con personaggi, con ruoli molto simili ad Alfa. Forse per la fisionomia, per qualche particolare tratto del mio viso mi sono trovato spesso nel ruolo del bullo, del ragazzo di strada…diciamo. Per cui adesso lo percepisco come un “vestito comodo”, come un abito che indosso senza particolare fatica. Prendo anche in parte, come un po’ tutti gli attori, dal mio vissuto, ma mi ha aiutato molto, ripeto, questo mio particolare percorso artistico.


3. Cosa significa essere oggi, come ieri del resto, attore siciliano…cioè nascere qui e tentare di emergere?
Io non sono del tutto pessimista, tanto è cambiato negli anni e adesso assistiamo alla affermazione di una giovane scuola di attori siciliani, mi riferisco tra i tanti, a Luigi Lo Cascio, a Claudio Gioè, a Paolo Briguglia, a Corrado Fortuna, per fare dei nomi…Certo non ci si può illudere che oggi trionfi la meritocrazia, perché purtroppo, per certi versi, è ancora un sogno….Ma qualcosa è cambiato. Anche se all’interno di ruoli che ruotano attorno alla “sicilianità” stereotipata….il mafioso, il poliziotto, il ragazzo di strada, ecc…Però si fa avanti quella classe di giovani professionisti di cui parlavo.


4. Quali sono i tuoi progetti futuri?
A breve, l’8 Maggio, uscirà nei cinema il film “Il sangue dei vinti” per la regia di Michele Soavi, tratto dal libro di Giampaolo Pansa: un cast d’eccezione guidato da Michele Placido; poi ho girato “Notte blu cobalto” per la regia di Daniele Gangemi e infine “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio” (in produzione), tratto dal libro di Lakhous e diretto da Isotta Toso. Per la televisione invece, uscirà il progetto di “Intelligence - servizi segreti”, con Raul Bova e per la regia di Alexis Sweet, già noto per la fiction RIS Delitti Imperfetti e molte altre.


intervista di e. costantino

Mosche, afa, 4 chiacchere intorno allo ZERO

In occasione del Reading Happening di NERODENTROZERO... Ho avuto il piacere e l'onore di dialogare con i protagonisti dell'evento. Ne sono nati brevi, ma interessanti pensieri su sogni e lucidi incubi, su aspettative e fottute delusioni, sulla scomoda ma confortevole scrittura di Vito Benicio...In altre parole, viaggio di parole intorno allo Zero Zingales, ma non solo...
LUCA LUCCHESI
1. Questo non è il tuo primo lavoro di riscrittura e adattamento per la messa in scena. Quali difficoltà e quali agevolazioni ha incontrato stavolta?In realtà è la prima volta che mi succede di avere l’Autore in carne ed ossa davanti. Qualcuno a cui chiedere perché. Il passaggio fondamentale della messa in scena di NerodentroZero è stato proprio questo. Poter entrare nel testo direttamente dal cuore e dalle mani del suo autore. Vito si è sempre dimostrato disponibile al dialogo. Insieme, abbiamo avuto la possibilità di crescere le nostre storie. Ti assicuro che non capita tutti i giorni una fortuna così.

2. La scrittura di Vito Benicio Zingales è come “un fiume in piena”…Spiega in poche parole perché puntare su NERODENTROZERO, perché crederci?
Non credo l’immagine del fiume in piena sia quella giusta. È troppo romantica e lontana dalla terra che Vito ama più di ogni altra cosa. Credo piuttosto che la sua scrittura sia come le mosche o come il volo di una mosca. C’è un romanzo bellissimo che ha scritto che parla anche di questo. Le mosche hanno più a che fare con lui di tutti i fottuti fiumi in piena di questo mondo. Ai fiumi Vito preferisce la merda. E le mosche che gli volano sopra, nei pomeriggi afosi d’agosto, quando i bambini sognano all’inpiedi.
Credo sia una risposta esaustiva.

3. La stesura delle parti lette è stata arricchita dalla musica live dei Charamira e dalla presenza del coro: quale il senso, il significato che gli hai attribuito?Non so qual era il senso, nemmeno il significato. Ho solo pensato ci stesse da dio, sulle storie che raccontavamo, della buona musica e qualcuno che amplificasse al pubblico l’atto dell’ascolto. I romanzi di Vito del resto sono pieni di musica. Dove c’è musica c’è sempre qualcuno che la esegue e qualcuno che ascoltandola trasmuta e agisce. Da qui la musica dal vivo e il vivo agire e trasmutarsi del coro.
Comunque per me rimane solo un fatto estetico e di ritmo. Tutte le spiegazioni possibili sono solo stronzate.

4. Quali sono i tuoi progetti futuri?A breve tornerò a Berlino dove mi aspetta una grande sfida con me stesso. Mettiamola così. Nel frattempo lavoro ad un documentario sulla storia perduta di una famiglia. Con Vito, comunque, non abbiamo smesso di lavorare neppure per un attimo. Capirete presto perché.


intervista di e. costantino

02 maggio, 2009

Aldilà di ciò che guarda il mare

Questo è il racconto intessuto sulla foto vincitrice del concorso "Una foto, un racconto". Grazie Luigi per le parole sussurrate aldilà dell'immagine...

Aldilà di ciò che guarda il mare
Aldilà di ciò che guarda il mare, nei tuoi occhi ancora il volo radente del mondo gabbiano. Stai lì. Ferma. Sulla frequenza perduta. Sulle traiettorie delle vele. Sulle rotte dei grandi vascelli americani. Magari è solo un po’ di schiuma che viene dal fondo, magari è uno di quei gorghi che aspirano ad una qualche parte di cielo. Forse è solo il sole a piombo o quel mondo che fila pretendendo una platea di sogni aquiloni. Ma quello che vedi è solo e sempre l’eco di uno stronzo volo fottuto. E ti metti là su quel cumulo di pietre, inchiodando la tua anima su quel fendente di un orizzonte, magari aspettando che un Santo ti faccia la grazia. Ore, giorni, mesi. Impalata sotto a quel punto preciso. Col sole di taglio e la bonaccia di tacco. Col cuore verso ogni punto sbiadito nel nulla. Col nulla nel cuore per ogni punto che si perde nel vuoto. Bambina. Con le mani basse e lo stomaco a pezzi per le solite molliche e cumino. Con quel senso del mondo imparato sempre dagli altri, perché non c’è mai stato un posto per qualcosa di tuo da ficcare nel cuore. Tralicci, escavatori e gru. Cemento, cristalli e bitume. Su quel taglio di cielo tutto ciò che immagini città.
Aldilà di ciò che guarda il mare, nei tuoi occhi ancora il volo radente del mondo gabbiano. Stai lì. Ferma. Contagiata dalle bombe “Dime”, dalle munizioni al fosforo, dall’uranio impoverito. Da Battambang a Gaza, dal Campo di Mayo a Lashkargah, da Sulaimaniya a Kalutara. Col tifo e la malaria che mandano in coma la tua gioia d’essere cresciuta d’un tanto. Con lo schock termico e le ustioni, fra guance e fragola petto, con gli inquinanti che ricadono al suolo, con le rapide tattiche di guerra e le rappresaglie assassine. Con la morte e la nebbia negli occhi. Bambina col mare in fondo alla scarpata, fra detriti al passato e favole miraggio al futuro.
“Potrebbe esserci dell’altro… laggiù nel vento?”
“Magari un treno che sfugge alla nostra bonaccia… “
Ed è forse Dio a prenderti per mano. E questo mondo in malora fuggire nel nero da dove gli uomini hanno disegnato il proprio ultimo nirvana.
“E come faremo a prenderlo?”
“Magari si fermerà a due passi… “
“Magari si fermerà a due passi… “
“Ma non siamo ancora piccoli per andare da soli laggiù?”
“Come tutti sei nata libera ed eguale in dignità e diritti.”
“E cosa vuol dire?”
“Che quel treno potrai prenderlo quando vorrai.”
Aldilà di ciò che guarda il mare, nei tuoi occhi è quel solito raggio disegnato da un volo gabbiano e la voglia del mondo di lasciare quel nero e di portarsi sulla scia di quel treno a vapore.
E stai ferma. Lì, su quel solito punto. Come tutti, anche tu lo sai. E lasci che il mare continui a sfiorare la sabbia sulla quale il tuo cuore giocava prima di fermarsi all’istante.
Dichiarazione universale dei diritti umani.
Parigi, 10 dicembre 1948, Art. 1 e preambolo.


Foto "Sguardi" di Luigi Garofalo

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