31 luglio, 2009

da "PROTOCOLLO NARCRON", di vitobenicio zingales, prima puntata

PROLOGO MINORE

vi sono uomini che domandano di possedere il mondo. un uomo nella sua veste di adoratore impetrante la terra si rivela tale solo quando rinuncia al senso del proprio evento.
è vero che alcune anime non hanno bisogno del tocco della mia mano per esprimersi. in una forma essenziale queste non invogliano all'uso per non sciuparne la già accuratissima egoità. questo non toglie che restino anime perfettamente adatte all'uso sul campo se soltanto io volessi farlo.
che la predazione d'anime preveda in qualche misura lo scambio con altri inferiori predatori e richieda un "oggetto intonso", è forse un peccato. ne è disturbato il piacere del possesso con l'anima predata, quel possesso che si ha solo con l'arte dell'usarlo.
quello che gli conferirà col tempo un'esclusiva terrena individualità e che è quasi preteso dalle anime di questa umanità.
ogni anno parto da una circostanza fortuita, da un disegno sommamente evoluto, ai quali aggiungo un'infiorescente serie di pretesti che generano fra el molteplicità umane un'anima nuova, immediatamente predabile e ragionevolmente utilizzabile.
io lo faccio da millenni.
la grande varietà delle brame avidamente inseguite dagli uomini ha fortemente influenzato il mondo della produzione umana.
le nuove forme umane non sono solo accattivanti, ma rispondono a precisi criteri di utilità, che io riscontro in ogni minuscolo dettaglio e che non inficiano mai l'estetica... e il mio più che apprezzabile buon gusto.
come del resto si addice ad un buon prodotto che rappresenta la sintesi di molti millenni d'evoluzione. il più antico utensile da me usato sta giungendo a perfezione. ecco, io me ne compiaccio. ecco, io avrò il mondo.
la merce che offro al mio esclusivo cliente, che pure paga un prezzo generoso, ha la possibilità d'essere regolata. la regolazione la fanno loro che hanno bramato quella e non quell'altra vita in particolare e sanno che cosa avevano in mente all'atto della realizzazione. essi sono liberi... di pensarlo, di sentirlo e di volerlo.
un'anima non perfettamente regolabile, incidentalmente, non è affatto una semplificazione rispetto ad una coscienza che si possa svuotare o annientare: Io ho Tempo.
richiede somma avisità, orgoglio smisurato, cieca ira, egoismo sfrenato e sublime invidia e sempre uguali ed in particolar modo esige una ribattitura dell'anima eseguita con la medesima pressione su tutti i dettagli dell'umano prodotto.
questo consente d'avere una distribuzione equa degli eventi con cui la coscienza regolata diventa un'estensione dell'io tentato naturale come l'anima posseduta.
materialismo, sapere scientifico, pensiero immanente ed edonismo intellettuale sono materie di mia assoluta pertinenza. aldilà di queste, talune inferenze mi risultano grevi e alquanto irrilevanti. qualcheduna divinità provoca solo perdita di tempo.
l'evoluzione, rispetto ai due secoli passati, è immediatamente percepibile.
sono fiero di me stesso. sono orgoglioso del momndo chè del mio principio ne ha recuperato e sublimato il senso.
l'uomo era un oggetto nel cui disegno originario non c'era nulla di banale o scontato, buon esempio di come l'evoluzione della specie abbia portato a risultati impensabili e senza precedenti.
visto dalla mia particolare ed eterna prospettiva oggi l'uomo sembrerebbe perfetto.

20 giugno 2011, waiblingen

il corpo penzolava dal cielo d'ardesia della cella numero 7.
annibale tristani, livido, appeso per il collo all'anello della catena, oscillava da una parte all'altra di un'invisibile verticale, come se un soffio ne sospingesse i ricordi, ma anche, e più decisamente, i pensieri più segreti. completamente nudo, legata con un giro di corda al petto una copia della Bibbia spalancava sul Prologo di Giovanni.
sul dorso della mano sinistra un numero a tre cifre, tracciato con un pennarello rosso, solcava la pelle: "357"; sul dorso sinistro il segno "per" e il numero "due" a fianco,marcati col medesimo inchiostro, ma con più evidente forza, sospendevano al disopra delle forti nocche. per tutta la lunghezza del piatto ventre, il sangue coagulato per alcune ferite probabilmente autoinferte, riproduceva una frase apparentemente priva di senso: amor latrona in nomine christi.
357 x 2 amor latrona in nomine christi.
negli occhi sbarrati rifletteva il senso della vergogna che propagandosi fra i confini della cella culminava addosso il ticchettio dell'orologio a parete. aldilà di quelle visibili superfici sospendevano "però" perennità intangibili neppure lonatanamente contaminate dai vincoli e dai criteri dell'esperienza. nella stanza era la morte. il suo letifero odore rimbombava da quel vetro di "occhi" lasciando all'ombra soltanto impotenti e fragili spazi. il tempo là mieteva indeclinabili distanze perchè potesse frammentarsi all'infinito anche il più vivido dei ricordi. soltanto da quella frase, là appesa alla freddezza della carne, inutile e silente, generava una potente eco. poi dilagava il silenzio... vibrante come i riflessi sgorganti dal Prologo dell'Uomo. tutto ciò era visibile nell'aria fra le vite abitate da quell'umanità penzolante e gli orizzonti prossimi. in quel pulsare di smarrite scie era il riprodursi degli effetti che per la storia di quell'anima elevarono al pensare dell'universo tanti nodi quante furono le colpe dell'eludere.
era l'odore della morte... che dal silenzio di quel corpo, a prima vista svuotato da ogni segno vitale, cercava l'ennesima via per gemmare un'ulteriore ordito. le "sue vite" erano nell'aria sebbene invisibili agli occhi dell'esperienza.

31 maggio 2011, roma

"comprenderete che se giungesse almondo... tutto... tutto tremerebbe; dalle fondamenta al nostro santo apogeo. il timore più grande è che il documento possa giungere fra le mani del Santo Padre... Questa è la circostanza attesa da Joannes e dai suoi della curia. da anni ormai li teniamo sotto controllo e con enormi difficoltà. ma credetemi, più ne trascorrerà di tempo e più complessa risulterà l'operazione; tutto potrebbe sfuggirci e ogni singolo sforzo fin qui compiuto si rivelerebbe vano. sappiamo che il documento, tra mille artifizi, passa continuamente di mano in mano, tra i fratelli della confraternita, da un santuario all'altro... dalla germania all'italia. dal nostro fidato annibale sappiamo con certezza che il documento in questi giorni viaggia dalla svizzera all'italia, verso la sicilia. la meta finale dovrebbe essere a sud di un piccolo centro marinaro e non lontano dall'abitato sorge proprio uno di quei lro odiosi santuari: olmo di primacroce. alcuni dei nostri sono là, già sul posto. in attesa. eccellenza, perdonerete la mia tracotanza, ma se il nostro resoconto verrà suffragato dall'abate firenne, il comando dovrà giungere ai nostri... e senza indugio. certo... verrà versato del sangue, ma una volta distrutto il documento, eviteremo una tempesta di dimensioni globali. la dottrina della chiesa e i suoi sacri dogmi vanno difesi: come va protetta l'origine va salvaguardato l'orizzonte."
il potente cardinale ascoltava. i suoi occhi con le sue mani sembrava avessero fatto un patto. quasi immobile,livido, austero, imperscrutabile. respirava lentamente, come se ad ogni respiro intendesse connettere un pensiero profondo. il pesante collare e l'anello rifulgevano al sole. la croce sul talare risplendeva sul pulsare di quelle intangibili emozioni.
il caffè leone, ai piedi del colonnatodel pantheon, con i suoi ombrelloni spalancati sul diradare della piazzola, inferiva ridenti e svolazzanti sensazioni alle colorazioni tipiche della stagione. il fumigare disordinato dei turisti ai tavoli sembrava percuotere l'onda degli aromi e degli effluvi romani, così tanto da indebolire la suggestiva emozione appena vissuta per la visione del tempio romano là ormai quasi nicchiante alle spalle. il ricordo del passato rifrangeva sul fondo della tazze da cappuccino. quel giorno era uno di quei soliti assolati giorni di fine maggio, nel solito convergere delle ore tra le più affollate e ammirate piazze della capitale. l'ignara umanità da una parte, il potente cardinale, presidente del tribunale ecclesiastico, dall'altra. il caffè leone ai bordi della piazzola, il destino del mondo a poche decine di metri.
il documento e le impressionanti verità in esso contenute gli predavano il sonno da due lunghissimi anni ormai. soprattutto erano la presunta autenticità e la meticolosa stima del documento a devastargli quella placida, univoca visione del mondo che fino ad allora aveva contribuito a sostenere la sua potente, terrena esistenza. padre annibale, del resto, inviò a lui in persona il segreto verbale.
scritto nel 40 d.c., il documento fu esaminato, vivisezionato, passato alle più severe scremature scientifiche. ogni singola parola, ogni passaggio, la totalità dei nessi logici, la concatenazione storica degli eventi, il realismo quasi ossessivo della cronaca... tutto provava che il documento fossevero e probante e storicamente più che attendibile, aldilà di ogni ragionevole dubbio. il kit utilizzato da padre annibale, infiltratosi tre anni or sono tra le schiere della confraternita, provò l'autenticità dell'incredibile manoscritto. il test fisico-chimico e le procedure euristiche determinarono con esatezza sia l'età della filigrana che le caratteristiche del composto liquido che venne utilizzato per scrivere, ma soprattutto si rinvennero le fonti statistiche e le ricerche storiografiche del tempo e di cui aurelio savio, il censore romano vissuto tra il 10 a.c. e il 60 d.c., si servì per stendere su quei papiri le "cronache al tempo dei due gesù". duecentocinquanta fogli, una decina di impressionanti dettagli, cinque eventi di una sconvolgente portata avrebbero potuto modificare il corso della storia. l'evento cosmico,le due genealogie, la natanica e la salomonica, la nascita dei due gesù, la vita delle due "famiglie originarie", la morte del gesù salomonico, il segreto occulto del fanciullo natanico interrogato al tempio, la famiglkia adottiva del gesù natandocumento ico, la vita dell'autore di "giovanni", l'amato discepolo, l'"iniziazione" di lazzaro e la vita iniziatica degli apostoli e in appendice il mistero della Croce, il Sangue, l'Io Sono e l'evento del Golgota, e cioè quel "principio" che l'umanità da quel giorno, e non solo da quello, definì il principio Cristo, il sublime Ente Solare incorporatosi fin dalla morte di uno dei due fanciulli lentamente nel natanico gesù. in altre parole la bibbia, alla luce dello straordinario documento doveva essere riletta e a partire proprio dalle genealogie dei due gesù peraltro incredibilmente giàcontenute il luca e matteo. un disastro ontologico... il collasso del primo santo arbitrio dell'umanità. il destino delmondo in quelle duecentocinquanta pagine e in un comando da dover dare.
"eccellenza, è tempo che si prenda satana per corna. ne converrete, ma il santo padre non aspettava altro che questa di occasione. il documento, se varcherà le soglie del vaticano, darà forza ai suoi irragionevoli, ridicoli e folloi disegni... immaginate le folle, le grandi masse, le nuove generazioni... la fede crollerebbe, il primato della santa chiesa imploderebbe, i sogni di eterna salvezza si trasformerebbero in incubi desolanti e ogni uomo pretenderebbe d'essere uomo e divinità insiemme... "

Andrea allentò il clergyman, l'ingrossarsi del sangue impediva la voce più del sudore che gli colava, ormai incontenibile, dalla fronte a quel sottilissimo rigo di bocca. più d'ogni altra cosa al mondo in quel momento la sua dubbia identità confessionale dipendeva dal suo adorato capo.

fine prima puntata. stralci da "procollo narcron", di vitobenicio zingales
ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.


26 luglio, 2009

"avrei voluto dirle che... ", da "là, oltre i campi di sfaax", di vitobenicio zingales, ibiskos editrice.


"Ci siamo, mà." "Sono stanca, figlio mio... " "Lo so mà..." La sentivo ancora più piccola, ma era mia madre e in quel momento pensavo che fosse la cosa più grande che avessi "incontrato" al mondo. Ed era bella, ancora più bella di quelle favole che, da fanciullo, riuscivano sempre ad incantarmi. Respirava piano, come se avesse tutto il tempo per farlo. Mia madre era ad un passo dalla morte eppure quel filo pronto ad essere reciso, lo sentivo ancora forte e deciso: la morte poteva attendere un ultimo istante. Ed era l'amore, la forza interiore... la sposa saccente avrebbe dovuto attendere... Curvando il capo all'indietro, non in segno di resa, ma per l'incontenibile felicità, slegò i capelli e sciogliendo il nastrino verde, ne trasse una spilla che avvolgeva un minuscolo astuccio... Piano la adagiai sulla morbida corteccia della panchina sul lato sinistro del vecchio pontile, lì dove si ammira la vaghezza e quell'impercorribile senso d'infinito smarrimento. Le poggiai il suo antico scialle sulle gambe e con lei mirai un punto, non un punto qualsiasi, ma il punto dove sembra che le due correnti del Guantanamo s'incontrino una volta l'anno per non lasciarsi mai. E guardando quel punto incominciò a piangere e poi a sorridere e alla fine piangere ancora. Avrei voluto dirle quanto l'amavo e che non avevo da perdonarle nulla, ma nel silenzio i nostri cuori urlarono più di quanto le parole avrebbero potuto fare. Avrei voluto dirle che, per me, Usè fu più du padre e che quell'amore che li legò così indissolubilmente, io, sebbene l'abbia cercato tutta una vita, non l'ho ancora trovato. Avrei voluto piangere con lei, ma mia madre in quel momento era l'istante e la sorte. E della solitudine del lago, lei, ne era il tempo assoluto. Girai gli occhi a Nord, verso la casina dei cacciatori, sulla sponda opposta, nascosta dalle fronde degli eucalipti e arroccata sui pendii deboli e freatici della palude. La banda lì non andava mai; quell'improvvisa e solitaria casina la costruì Usè... e adesso, soltanto ora, ne intuivo il perchè. Era così bella e forte sulle pietre che quella casina, Usè, dovette costruirla per un degno amore, per mia madre. Il mio viaggio incominciava dalla prima visione che un uomo spera nella propria vita d'incontare almeno una volta: l'amore. Avrei voluto essere dentro ai pensieri di mia madre in quel momento e coltivarne almeno la speranza, ma riconoscevo a me stesso improbabili capacità: la portavo a morire. Le chiesi se aveva paura. Mi rispose che era pronta ad accogliere la morte e dolcemente mi sorrise. Io mi sentivo piccolo... troppo piccolo e troppo umano per comprendere tutto quel bene, eppure, guardando quel lago e mia madre, incominciai a chiedermi da dove veniva il male e perchè il mondo ne permetteva l'arido ed inutile compiersi. Non ottenni alcuna risposta, ma illuminandomi nel sorriso di mia madre, rammentai il mio primo viaggio in treno verso il mondo, quel mondo perfetto sognato spesso tra le pagine del mio coloratissimo atlante e più d'ogni cosa mi vennero in mente Usè alla stazione e quelle sue incomprensibili parole che allora non riuscii a catturare. Chissà quale mistero avrebbero dovuto svelarmi... mia madre stava morendo e con la morte, quelle parole sarebbero andate perdute per sempre. Avrei voluto sapere, ma quell'equilbrio perfetto, mi spinse a non domandarle più nulla e quel mistero andò via nella sottile avvenenza di una sposa che si preparava ad indossare l'organza più bella... Mi feci da parte e lasciai che il vento e la brezza facessero il resto. Tornai a riva e la guardai da lontano, dalla darsena. Non l'abbandonai perchè fu lei ad implorarmi. Voleva restare sola col suo lago e con il suo amato Usè. Era immobile e fissava quel punto senza scomporsi. Sembrava una dolce ombra su quell'imbiondarsi di scintille tra luccichii azzurri ed imprendibili evanescenze. Non so quanto tempo attraversò quei momenti, ma quando tornai al pontile, mia madre aveva gli occhi chiusi ed era bella, più bella di quanto la morte avrebbe potuto immaginare. Piangendo guardai il cielo e ne distinsi l'invisibile rotta che portò me ed Usè tra le nuvole che corrono da Xelosas a Mazatlan, là in mezzo ai campi di Sfaax.
foto di irma vecchio

23 luglio, 2009

680 euro al mese ed alchimie di palazzo, di vitobenicio zingales


Da me. oggi in ufficio. fra le consuete alchimie del palazzo. al secondo piano, inseguendo spirali di rampe e allusioni salvanti: dal bianco dei muri ai "vietato fumare". è caldo. perfino le penombre risultano inessenziali. e il silenzio oggi giace sospeso sulle solite intermittenze luminose. quelle evocate in eccesso dai potenti elevatori.
da me in ufficio oggi è pietro. ebanista. le sue lamentele urtano le forme austere e la perfetta aestetica del palazzo. ha le mani grosse, pietro. sanno di durezza e tempo. di dolore e rinunce. sessant'anni e seicentottanta euro al mese. con moglie e figlio disoccupato. a carico, compresi incubi e tasse. è caldo. e la sua voce insegue le rampe fino all'ultimo dei piani. il ventesimo. là dove è quel "dio" irraggiungibile. là dove ai pochi è concessa la visita e dove ai molti non è ammessa l'illusione della visita medesima.
"seicentottanta euro al mese e trecento d'affitto!!! era questo il sogno di mio padre?" e lo ripete all'infinito: "era questo il sogno di mio padre?"
poi il silenzio. e il suo pianto torna fra le cose del cuore. dignitoso e amaro. mi volta le spalle. e lentamente prende le rampe. sfiorando il bianco dei muri e le consuete alchimie salvanti del palazzo. alla fine è il ronzio cromato dei tempi d'ufficio. e tutto torna alla merce di proprietà dello stato. anche noi. resto solo. in ufficio. con il ricordo di qualcosa che i miei occhi avevano incontrato la sera prima. tra i fogli di un giornale. a margine. veloce. che quasi scappa con "l'impatto dei morti ammazzati" e per lo scempio che ormai tutti facciamo del mondo.

e quella sconosciuta penna raccontava così: " da quest'anno tutti gli eurodeputati riceveranno la stessa cifra: 7.666,31 euro (lordi) al mese, indicizzati sull'inflazione. al netto sono 5.700 euro. la pensione giunge dopo 5 anni, alla scadenza del mandato. a questi si aggiungono 4.402 euro al mese per "spese varie", più 17.570 euro mensili previste per l'indennità di segreteria. 290 euro di diaria giornaliera, per la benzina 0,49 al km, biglietti aerei, etc. "

era questo il sogno dei nostri padri?

20 luglio, 2009

puttane, mafia e cemento. da "palla di grasso", di vitobenicio zingales


amici cari. ieri sull'asfalto di via d'amelio. era caldo. troppo caldo. nella città era la canicola di luglio. su quel bitume macchiato ancora di rossosangueluce avrebbe dovuto esserci tanta palermo. erano invece toto borsellino e, credetemi, nuove mille città. la città del caldo era lontana. più di quanto possano immaginare l'indifferenza consolante e l'oblio salvante. domani è il 21 di luglio. boris giuliano. sbirro. uomo. che col caldo ci faceva i conti. morto crepato per la fede nell'uomo. nella divisa e nello stato. a palermo anche domani sarà caldo.
"A quanto sei?" "Trenta!" "In bocca?" "E quaranta di culo" Contaminazioni essenziali. prive di variazioni logiche. sulle strade della mia città assicurano all'impatto il senso e la dimensione della forza. come assoluzioni previe, là a non lesinare convincimenti morali per tutte quelle genti a cui serve anche la mistificazione più lieve per vivere nella finzione più grande. puttane. negre soprattutto. per attribuire allo sporco la seppur minima condizione salvante fra le miserie dell'anima. troppo incolmabili penombre ancora distendono fra la via S5 e piazza michelangelo calona. su quel tratto di strada fui maschio per la prima volta. presi la mia puttana. infilando nella sua bocca tutta la forza della mia anima. e la bellezza. a sedici anni. fra le solitudini meno lampeggianti e le mischie più insolventi di quel tempo. forse le perennità verso cui la storia facilitava gli inneschi più brutali e meno ingombranti. ed era un passaggio. più di un salto: la somma delle scelte. un modesto equipaggiamento consentiva d'infilare il dramma dei sentieri più oscuri. un addestramento minimo assicurava il successo più imprevedibile. insperato. ma il trionfo più grande era pari al più monumentale dei fallimenti. come se inferno e paradiso fossero schemi speculari del più perfetto paradosso algelbrico. privo di incognite manifeste e ricolmo di premesse verso cui poter adattare e tendere le più comode fra le soluzioni. e in mezzo era il nostro seme. e il fluttuante desiderio di lasciarsi afferrare dalla più consolante fra le incapacità. le puttane erano questo. le già improbabili alchimie della città innervavano sull'intrigato sistema dei sintomi: l'eludere accresceva il disagio, foraggiando quella che dopo pochi anni sarebbe stata la capitale della rasseganzione. "el aziz, fra tralicci e souk, aceto, merda e savana". non erano le ideologie a muovere le masse. e non erano neppure i grandi ed abili schermitori americani. nella mia città, dopo il cemento, erano le puttane. la mafia, verso entrambi, ne suggeriva il segreto dei sollazzi. e quantunque ci si sforzasse di credere nella speranza, la quintessenziale forma della forza, si preferiva, alla fine, adattarsi al combinato più splendido fra le leggi: l'avidità e l'indifferenza. nonostante l'eco di una certa coscienza si moltiplicavano gli sforzi perchè venisse assicurata a tale norma quella potenza che, talvolta, oggi come allora, sovrasta finanche la sovranità di un popolo. e se col cemento si consolidavano le scelleratezze dei legami, con le puttane si dava corpo all'edificio del futuro. se giungeva scabroso o proditorio poco importava se l'effetto era il maneggiare un profitto od un possesso illimitato e rigenerabile. la mafia ne traeva quel vantaggio e tanto da concedersi, in poco tempo, il governo e l'amministrazione di quella fortunata e sbalorditiva legge. aldilà del Cristo, quindi erano gli impulsi del sovrano tempio parlamentare che assicuravano, a quei taluni, onori, lodi ed inalterabili privilegi. oggi a distanza di tempo nulla pare essere mutato. la medesima penombra giace sul risvolto delle strade. cemento e puttane passeggiano fra le intermittenze dei palazzi. quell'antica legge è ancora amministrata dalla mafia e all'avidità e all'indifferenza pare si mescoli la più frustrante tra le ipocrisie. questa si... sapienza. "A quanto sei?" "Trenta!" "Di bocca?" "E quaranta di culo!" anch'io tra le penombre. la mia pelle non è mutata. nel cuore ho il vecchio seme, ma anche nuove aridità. la menzogna serve altre cause: ho moglie e figli e di quella legge ne riclassifico i dettami a mio vantaggio. l'avidità e l'indifferenza appaiono più simili al ridondare della mia coscienza che all'ipocrita cambiamento di quei tanti che conosco. la mia città. puttane e cemento. sangue, onore e favori. e morti crepati di trentotto e tritolo. e la mia fede, acqua sporca di sotto a quella che era candida neve.

vitobenicio zingales


foto di andrea de luca

16 luglio, 2009

Concorso fotografico "Scrusci di luce"

REGOLAMENTO DEL CONCORSO FOTOGRAFICO “SCRUSCI DI LUCE”


Art.1 La banda degli IZZERò, in collaborazione con “D’impatto” (www.zeta184.blogspot.com) di Vito Benicio Zingales, è fiera di presentare il primo concorso fotografico dal titolo SCRUSCI DI LUCE che cerca di mettere a fuoco, grazie ai tanti obiettivi di fotografi professionisti e non, l’anima del siciliano. Vogliamo che scriviate con la luce, che liberiate le vostre idee, rispondendo alla domanda: chi o cosa oggi può incarnare l’essenza del siciliano?
VOGLIAMO SCRUSCIO. NON ESITATE. FISSATE NELLE IMMAGINI IL VOSTRO PENSIERO.

Art. 2 Le foto verranno visionate da una giuria di esperti nel campo della fotografia e della comunicazione. La foto vincitrice sarà premiata con una REFLEX DIGITALE offerta da Sicily Photo, in una speciale serata conclusiva alla presenza dei componenti della giuria e di tutti i partecipanti. L’evento sarà il momento conclusivo di una mostra che coinvolgerà tutte le foto inviate al concorso. La mostra avrà sede presso la Tonnara Kursaal di Vergine Maria, via Bordonaro, 9 – Palermo. Il giorno della premiazione ed altre informazioni aggiuntive saranno pubblicate sul blog “D’impatto” all’indirizzo www.zeta184.blogspot.com

Art. 3 Le foto potranno essere sia a colori che B/N, saranno permessi i fotoritocchi. Non saranno ammessi fotomontaggi. Le foto dovranno essere inviate in formato digitale alla casella di posta vito.zingales@gmail.com. La partecipazione al concorso, totalmente gratuita, avviene mediante invio di un singolo scatto alla casella di posta indicata, accompagnato da una cartella A4 indicante i dati del partecipante con l'autorizzazione al trattamento dei dati personali redatta in forma di autocertificazione (nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico), il titolo della foto e una sua breve descrizione.
Art. 4 Il termine ultimo per l’invio degli scatti fotografici è il 27/08/2009. Gli scatti pervenuti oltre il termine indicato, non saranno ammessi al concorso né parteciperanno alla mostra.

Art. 5 Tutte le foto presentate devono essere inedite e non essere mai state pubblicate prima. L’invio di immagini da parte dei partecipanti al concorso fotografico sottintende che essi siano in possesso del copyright relativo alle stesse e dell’autorizzazione all’utilizzo delle immagini da parte dei soggetti eventualmente raffigurati, utilizzo di cui si assumono essi stessi per intero la responsabilità. Ogni autore è responsabile del contenuto delle immagini inviate e solleva pertanto gli organizzatori da ogni eventuale conseguenza, inclusa la richiesta di danni morali e materiali.

Art. 6 La banda degli IZZERò, in collaborazione con D’impatto” (www.zeta184.blogspot.com), si riserva di utilizzare a titolo gratuito le foto del concorso senza termini di tempo. Saremo esclusivi titolari a titolo definitivo, senza dover corrispondere alcun compenso, di tutti i diritti di proprietà intellettuale e di tutti i diritti di sfruttamento economico degli scatti inviati.

Art. 7 Gli organizzatori del concorso e della relativa mostra fotografica si riservano il diritto insindacabile di non far partecipare gli scatti ritenuti non pertinenti al tema del concorso o inappropriati rispetto al fine dell’evento. Gli scatti eliminati non verranno esposti all’interno mostra né potranno partecipare alla premiazione conclusiva.

Art. 8 I dati personali inviati nella fase di partecipazione saranno trattatti nel rispetto del d.lgs. n. 196/03.

15 luglio, 2009

"col fango negli occhi", da palla di grasso, di vitobenicio zingales


E' domenica. Ancora. e i ricordi sono lenti. come acqua sporca da una spugna umida. prennemente umida. che non smette di gocciolare. lola in testa, ai miei ricordi. goccia dopo goccia. sempre. lentamente. come questa stronza domenica al quartiere. che segna il solito tempo. indifferente al tutto. che non vuole sentire. e non passa. o meglio che cola da tutto 'sto cielo infame che scommetto qui ormai nessuno sa dove poterselo ficcare. che preme contro alla merda, fra pali e fogne, tombini e scatole del cazzo in lamiera. e lungo il muro scorrono i miei ricordi. come veloci schizzi. senza variazioni. rapidi e brevi. che devi dire agli occhi di fermarli dentro al cranio. altrimenti schioderebbero e ne perderesti il senso lontano. e la portata. dei ricordi... quelli che ancora ne valgono la pena. anche lola scorre sul nostro muro. veloce. dalla mattina alla sera. fra quei milioni di ricordi anche lei è là. appiccicata al tufo, sull'inseguirsi incasinato dei mattoni e sulle solite stronze vernici degli "emo" del cazzo. invariabile. come la bottiglia del mio whisky. come quel colpo di "38" nel cranio. e la sua vita fermarsi. in un flash. all'istante. ai miei piedi. gli sbirri alle spalle e il futuro davanti. come questa stupida domenica. come tutta 'sta vita che gira sulle solite infami parole. che sembrano le uniche a dirti dell'unica vita che hai. e alla sera non cambia. poco prima del buio più ladro. il bar e palla di grasso, i viali e quel muro fottuto. la prospettiva dal mio quarto piano sprofonda lungo la linea dei pali. come sintomi di cipressi. che censurano la vista al tanfo dei morti e al respiro dei vivi. non c'è niente aldilà della linea che guardo. solo silenzio. e munnizza. ed è buio alla sperone. ladro. come le stronzate che alzano i miei occhi aldiqua del crepitio di una pallottola vagante. sparata per sbaglio. o per spaccare il culo al solito indegno croato. che non vuole pagare il dovuto per lo sgobbo di piazza. alla fine solo zaffate stantie. la mia "38" giace inerme. fredda. vicino alla croce del Cristo, sul comodino. fuori è freddo. e il nero, da un paio di minuti, giace discreto sul freddo bitume di quel cazzo di un viale.

da "palla di grasso", 2009, vitobenicio zingales

foto di irma vecchio e andrea de luca

13 luglio, 2009

SARKOMA: per tutti coloro che sino alla fine... di vitobenicio zingales


Lo vedo crescere nella mia bocca, come quando le rose "spicano" in alto. Era una piccola macchia bianca. Come una di quelle lattescenti galassie dal tuo senso nudo in terra, fra agri e zaffate. Meno di una macchia. Come il lampo sull'orlo degli occhi. Che è vertigine per l'orizzonte che lasci dietro. Ora ha la sua scia ammantata di rosso, come il guizzo delle carpe fra le scintille di sole che tuffano sulla polpa della gebbia. Tra confini di gerani e mezzerie di spighe. Non è più improbabile. Il gioco è dello scarlatto e ridonda di bianco quando ingoio uno di quei rumori che fa la luce. Il mio male. Il dolore. E l'incertezza di dare uno scopo al domani. Eppure mi fa aristocratico. Soprattutto quando sono le salite nella notte. Mi pare che mi spinge ad essere "picciotto", col dolore che fa paura. E sentire l'eco di una madre sul salgemma degli anni, anzi dei giorni che passano. Se non fosse per il mondo, la terrei questa "rosa". Per sentire i miei giorni che arrancano fra il seme e il cielo... su cui si staglia il sogno "suo".
Sentendoli.
Uno dopo l'altro.
Sino alla fine.
I giorni. I minuti. Che sono ciò che basta.

foto di elisabetta costantino

12 luglio, 2009

IZZERO': Lettera a Valeria e al Presidente della Repubblica, di vitobenicio zingales

Valeria Cara, "Se si assumesse come prospettiva di analisi la vita quotidiana, non è possibile considerare la sicurezza come l'aspetto positivo delle relazioni sociali e l'insicurezza come l'aspetto negativo in quanto la vita quotidiana, è stato osservato, è lo spazio di incrocio tra il previsto e l'imprevisto, l'abitudine e il cambiamento, l'ordine e la confusione, e quindi, è, per sua natura, lo spazio delle contraddizioni.
L'insicurezza è parte integrante del fluire della vita quotidiana in quanto è la situazione iniziale dalla quale prendono avvio le progettualità individuali; è lo spazio sociale in cui le linee individuali d'azione si incrociano con quelle istituzionali e queste si incrociano con quelle individuali, in cui le identità dei singoli sono continuamente messe alla prova e il soggetto contratta incessamente il suo rapporto con il quartiere, con la cultura, con gli eventi che lo circondano. La vita quotidiana è anche, però, in quanto spazio dell'azione, il contesto comune a tutti gli individui, nel quale ognuno, seppure con opportunità differenziate, ha lapossibilità di utilizzare le risorse che la città mette a disposizione.
Accogliendo la prospettiva della vita quotidiana, ci si rende conto che questo spazio è uno spazio pieno di relazioni, di regolazione, di controllo. E', paradossalmente, proprio l'esistenza di un potenziale di insicurezza che consente di affermare che si sono salvaguardati spazi di libertà, in quanto significa che sono state messe in atto modalità di intervento in grado di mascherare le contraddizioni relazionali, di mistificare i processi comunicativi, di falsificare le convenzioni negoziali. Il che non vuol dire negare il diritto ad aspirare ad una condizione, individuale e collettiva, di sicurezza, bensì a cogliere una prosspettiva di analisi che consenta di affrontare le quastioni riguardanti la sicurezza, in quanto contraddizioni nei rapporti sociali, nelle relazioni interindividuali, nelle regole di interazione sociale e, quindi, nei processi di comunicazione e di negoziazione. Il vissuto di insicurezza nasce anche dal fatto che, quasi inavvertitamente, si sovrappone il senso del rischio al senso del pericolo, due livelli che si dovrebbero mantenere distinti: quello delle contraddizioni nei rapporti sociali, che rinvia ai problemi del governo della città; quello delle contraddizioni nelle relazioni sociali che rinvia alla vita quotidiana di chi vive la città. In conclusione, la sicurezza attiene al rischio che accompagna ogni azione della vita quotidiana e quindi sarebbe grave concepirla come assenza di situazioni di rischio in quanto riguarda le caratteristiche di base della convivenza nella sua dimensione comunitaria. L'assenza di sicurezza dovrebbe divenire una risorsa, affinchè i soggetti si riapproprino di competenze nella gestionedi queste contraddizioni".

Queste sono le parole di Gianvittorio Pisapia. Ancora riecheggiano dentro. Ricordo quella lezione. Fra i banchi, a "criminologia". Ricordo il silenzio, poi l'ovazione. Ricordo le emozioni e l'entusiasmo e la passione nel successivo incontro. Utilizzammo ilnostro spazio accademico aldilà delle ore consentite. Condividemmo schiere di pensieri e di idee, disponendoci al tumulto concettuale e a quella indimenticabile progressione intellettuale, tipica delle agorà più illuminate. Ci prodigammo a cercare quelle parole, quei pensieri da poter inserire fra le righe più snelle e gli spazi meno bianchi e laconicamente più isolati. Ne trovammo due: Democrazia e Virtù. Non fu facile, alla fine, staccare da quella straordinaria "iperbole". Si era a Palermo. Nonostante il caldo ci si sentiva parte di una stagione frasca ed illuminante. A Palermo, terra di contraddizioni e di rischio, di diritti abusati e di libertà violate.
Pochi anni fa.
Valeria cara,
ho letto il "pacchetto". Parola dopo parola. Da "Prum" alla sicurezza stradale, dai clandestini alla sicurezza urbana. Dopo aver letto... sono tornato a quella antica eco... e tanto per isolare il caldo dal mio tempo vitale ho cercato quelle due parole che tanto ci donarono al tempo dei banchi a criminologia. Amaramente, non v'è traccia. Nè dell'una, nè dell'altra. Almeno nel modo di Pericle e di Platone, nelpiglio di Amendola o di Pertini. Al riguardo vorrei ricordarti il mio precedente "Pietro Calaciore, classe '79, inteso coleroso, terremotato e fetente". Mi piacerebbe che tu ne accogliessi quel tentativo di riflesso che sarà luce al solo tatto del confronto. E da questo si andrà in scena a Settembre, nel modo più congeniale di chi nelle remote agorà discuteva di Democrazia e Virtù. Fra i banchi di un teatro. Di fianco il mare e di lato la più sognante delle spianate. Dove furono Sciascia e Bufalino, prima ancora che nascessero, fra gli uomini e la mia gente, nuove schiere di sciacalli.
A Palermo.
Nonostante il caldo e, come dice il nostro comune amico, "nonostante il caldo la storia".
Questo è il mio libero pensiero.
Vito Benicio Zingales

Foto di andrea de luca ed elisabetta costantino

08 luglio, 2009

IZZERO' e Pietro Calaciore, inteso coleroso, terremotato e fetente, classe '79, in Brianza, 2009, di vito benicio zingales


Quando Pietro mi chiese di tradurre il senso di quelle parole, provai una sorta di disagio. Pietro è un ragazzo della periferia palermitana. Poco più che ragazzo. Picciotto. Ha già fatto il gabbio. S'è ripreso però. Adesso sa computare. E scrivere. Sa anche firmare. Presto andrà a votare. Eserciterà il suo libero pensiero. E la sua vita nell'arte della Democrazia. Ha fatto un pò di galera. Per una rapina. "Alzava" le banche. E' già padre. Sa di "tamburo e 38", di colpi in sagoma e di "sgobbo" difficile. Ha fatto sangue. E' riamasto a terra. Sul catrame delle sue strade. Insomma una vita difficile. Al limite. Da periferia. Una di quelle che nessuno ti costringe, ma a Palermo... le chiacchiere e le promesse non spengono la fame. Anzi, talvolta la aprono. E di brutto. Che non ci sono Santi. Neppure quelli in gessato. Da quasi un anno è in prova. Lo Stato s'è preso cura di lui. Pare pentito. Di quelli che piangono sale. E a me piace seguirlo. Io sono un Siciliano e di una "certa semina" un poco me ne intendo. Da più di sei mesi, Pietro lavora otto ore al giorno. Spaccandosi la schiena e le mani. L'hanno spedito in Brianza. Saranno un paio di mesi che Pietro Calaciore, classe '79, dello Sperone, è da quelle parti.
Ha trovato il tempo per farlo e m'ha scritto una lettera. Una di quelle che certe volte è meglio lasciare perdere, una di quelle che l'inchiostro pesa come il piombo... tanto quanto la dignità vera di un Uomo. Una di quelle che se le leggi poi ti metti a fare i conti.
Le sue parole girano così.
Dottore caro, qui è freddo. Ma non parlo del clima. Qui è un freddo particolare. E' come se viene dall'animo. Con tutti i colori del coma e dell'acqua. Prorio così, assieme che non ci puoi far niente a dividere l'ombra l'uno dall'altra. Io non ci sono abituato. Non so come dirlo a parole, ma è freddo come il vetro. Negli occhi che guardo, nelle mani che incontro, nelle parole che sento. Pare come la nebbia che s'incrocia al mattino e alla sera. Sia che si fosse in inverno, sia che si fosse in mezzo alla canicola. Qui tutto gira regolare, ma solo in apparenza. Lei lo sa, la galera l'ho fatta e la vita l'ho imparata in strada. Fra lame e pallottole, pane e miseria. Insomma, qualcosa dalla vita, io la so. E mi creda, basterebbe un chiodo fuori posto, per fare crollare "puparo" e burattini. Ho vent'anni, ma "di sopra" me ne sento il doppio.Dal cranio al cuore. E di gente ne ho conosciuta e mi creda in parola, di tutte le risme. In grigio, spente, finte e a colori. Mi ricordo i catanesi, i romani, i pugliesi e i fratelli napoletani. I partenopei poi, c'hanno il sole nel cuore e quando ne inventano una... è solo musica che senti. Come da una banchisa di treni in attesa. Sarà forse il dolore oppure la fame, ma i meglio "cristiani" sono quelli che dicono sempre con gioia la vita, nonostante il mondo crolli di fianco e di sopra. Sarà che abbiamo l'Etna e il Vesuvio, sarà forse per questo che il sole a noi ci bacia l'anima e il cuore. Qui invece pare che giri tutto al contrario. Come se fosse il peggio inverno fra reti, tralicci e cancelli. Lavoro, alcool, lavoro... coca, soldi, sballo e soprattutto la noia. E ora 'ste ronde. Qui pare che c'impazziscono tutti. Io lo so che ci sono pure bravi "cristiani" e di "fino" e a "verso", ma 'sta storia di mazze e di spranghe sembra che a qualcuno tiri. E assai. Tanto che qui è un virus che s'attacca alle palle come allo scolo. Io non m'intendo di politica, ma in galera, gli "anziani", di quelli giusti a dovere come a lei, qualcosa me l'hanno insegnata. Soprattutto mi è piaciuta la vita di un picciotto che si chiamava "Pratone".
Ad uno di quelli che c'hanno 'sto virus l'ho incontrato proprio al mio arrivo. In Brianza.
Dove sto io è un paesotto di diecimila abitanti. Che si conoscono tutti, come nei paesi delle nostre parti. Dal primo all'ultimo. Come tra i "bracci" in galera. Dopo il mio arrivo, alla sera, ho fatto il mio incontro. E mi creda... è da quel giorno che ho capito il "freddo" e i colori che qui ha l'acqua. E "quel freddo" l'ho incontrato negli occhi di uno. Uno che di anni forse ne avrà avuto dieci più di me. Con tutto il dovuto rispetto, avevo le palle ancora fumanti per via della mia "pratica". E Lei lo sa Signor Giudice: i Carabinieri sono persone proprio precise. Di "fino". Che ancora, come a Lei, ci credono fino a morire. Comunque dopo ore e ore di "a domanda risponde", esco dalla Stazione e infilo il primo bar per alzarmi una lattina d'aranciata fanta. C'ho l'obbligo di firma e non posso sgarrare, ma una fanta volevo proprio farmela. Entro. M'avvicino al banco e ordino per cortesia una bella aranciata.
Il tipo mi guarda e mi fa:
"Ciao!"
"Ciao!"
"Dici a me?"
"Vabbè scusami", ci faccio.
"No perchè se dici a me devi darmi del Lei, miga sono un animale... "
Ora Signor Giudice, Lei lo sa. Io sono un ragazzo tranquillo. Ho fatto quello che ho fatto che era per fame. Ma ho pagato e anche duramente. Ho pagato il conto, ed è stato più che giusto che ne pagassi lo scotto, e nella rete non voglio più caderci... manco a crepare di fame. La luce che guardo negli occhi di mia figlia è la luce della vita mia. E che devo rigare dritto per due anni e per sempre io questo lo so come all'Ave maria. Ma la Dignità, Signor Giudice, a che prezzo si compra? Ma l'Italia, Signor Giudice, non è una soltanto?
"Casco male se ti dico che sei un terremotato siciliano? Coleroso e fetente? Io qui sono la Brianza e tu vali quanto uno stronzo africano. Quindi il "Lei" prima di tutto. Dopo ci può anche stare che mi guardi negli occhi. E se ti piglia male ricorda che io sono della GNI e che lì è la porta."
Dottore caro, cosa avrebbe fatto al posto mio? A Lei c'hanno fatto un attentato col tritolo e una palottola l'ha pure beccata... Lei lavora con gli infami e gli indegni e a questo qua gli avrebbe dato una di quelle risposte che l'avrebbe messo a posto.
.. culo e finti coglioni compresi. Io invece... forse... avrei dovuto e potuto fare di più. Ma non "ho la scuola". Lei lo sa, ho la quarta. Però mi sono ricordato di "quei libri". Quelli che Lei mi faceva passare in sezione e che quelli "studiati" mi facevano la cortesia di leggere nell'ora d'aria e dei laboratori. E io da uno di "quelli" ho trovato la mia risposta. Immagino, e lo spero per lui, che se almeno di una parola ne ha afferrato il senso, tutta la cosa ci risuona ancora dentro come ferro rovente e colante. Signor Giudice lo ricordate Sciascia? E' certo che lo ricordate. E io proprio da questo compaesano ho preso in prestito "china e creanza".
"Che le tue parole pesino meno del fiato che utilizzi per sprecarle è molto probabile, ma che l'intera tua vita pesi meno di quanto possa pesare il tuo capello più lungo è molto più che certo. Prendi nota adesso: sono un Italiano e per di più un Siciliano.Vanto per l'uno e fierezza per l'altro."
Bevvi l'aranciata dalla mia lattina. In santa pace. Gli voltai le spalle e uscii fuori dal bar. Lo lasciai lì. Nella sua nebbia. Nel deserto della sua noia. Nel mare della sua piccolezza. Nel freddo dei suoi occhi. Nel garbo della sua solitudine. Soprattutto col suo feroce sentimento di rabbia. Immaginai d'aver segnato punto. Non sorrisi. Anzi, sentii dentro come una specie di vuoto. Lo lasciai lì. Da solo.
Da mesi che non lo vedo. Da quella volta. So che ha fatto carriera nella GNI e che tanta altra ne farà.
E io nel frattempo avrò tanta carta ancora da firmare. E lettere da mandare alla luce degli occhi miei.
Ma ora è tardi. Le chiedo scusa. Domani avrò tanto da faticare. Le chiedo ancora scusa, ma in fondo Lei è lo Stato e a me fa bene parlarle.
Con osservanza
Pietro Calaciore, di Palermo.


foto di irma vecchio
progetto grafico di andrea de luca

07 luglio, 2009

IZZERO' da "Palla di Grasso", 2009, di vito benicio zingales,

"Che si fa?"
E' sempre la solita maledetta questione. Tutto gira di fianco. Intorno. Di sopra e da sotto. Alla sempre solita domanda del cazzo.
"Che si fa?"
E le risposte sono sempre le stesse. Uguali. Come monotona nebbia. In estate. Col grigio che ammorba. Col tanfo che spacca. E col caldo che squaglia. A chi importa? Se vivi o se crepi? Il tempo passa. Ma per il tempo in città tu conti quanto conta il numero zero. Come le cose che passano dalle sincopate alchimie sullo sfondo del viale. In periferia. Con i suoi mille semafori. Allo Sperone. Nessuna speranza. Neppure per quei litri di sangue che ti riempiono a sbafo le vene. Semafori nel deserto. Inutili. Che raccontano tutta la miseria ch
e passa dal primo incrocio all'ultimo dei viali. Coi tralicci in mezzo e le case popolari di fianco. E ai lati. Senza mezze misure. Nè alcun'altra alternativa se non quella di contare il numero dei pali che dividono la tua vita dal sogno di fuggire lontano.
"Che si fa?"
"Ma che cazzo vuoi che si faccia?"
Un tiro di coca? Una canna? Una lama?
Senza speranza. Se va male, vivi. Se va meglio, crepi. Se va storto, hai la stronza galera davanti. E alla fine non resta che un numero infinito di pali. Da contare. In periferia. Allo Sperone. Uno alla volta. Giorno dopo giorno. Al rione, dove la mia vita abita senza pretese, nè inutili chiacchiere.


progetto grafico andrea de luca

05 luglio, 2009

"Riprendiamoci Napoletani", la forza di un sogno.


Di fianco a quella Napoli che conosciamo dalle cronache nere e nerissime, fra strisce e TG spettacolari, ce n'è un'altra meno visibile, meno turbolenta, ma certamente più viva, libera e giusta. E' la Napoli dei Napoletani onesti, della gente che lavora e fatica, dei ragazzi che sognano orizzonti migliori e politiche più giuste. E' anche la città di Daniela Villani. Napoletana. Coriacea. Fiera d'essere donna e madre... ed è il caso di dirlo a chiare lettere: fiera d'essere "Napoletana di Napoli". La storia di Daniela è una fra le tante storie di Napoli, priva d'orpelli o di una di quelle didascalie che tanto tengono banco fra gossip volgari e trovate politichesi prezzolate e infami. Una storia fra le tante, ma proprio per questo unica e singolare e degna d'essere raccontata. Daniela racconta che "sembrava una mattina come tante: il cielo era azzurro, il sole e il Vesuvio non mancavano e, sullo sfondo, il mare. Potevo godermi la vista del Golfo dalla finestra,potevo continuare a pensare a Napoli come la città più bella del mondo e che tutti i suoi problemi, i nostri problemi, potessero risolversi in una maniera semplicissima: chiudendo gli occhi e convincendoci che non esistono. E invece vedo la mia città con uno sguardo nuovo e ho sentito le "voci di dentro" urlare: Napoli è ferita! Napoli sta morendo! Mio figlio ha rappresentato la motivazione più profonda: volevo regalargli una Napoli migliore. E nata così la voglia e il desiderio di fare qualcosa di concreto per la mia città martoriata: era l'8 settembre 2008 e mi venne l'idea di fondare Riprendiamoci Napoletani. Ho subito capito di non essere sola, ho visto tanti cittadini attivi condividere all'improvviso con me questa voglia di credere nella possibilità di ripartire. Siamo diventati di più e poi sempre di più, perchè abbiamo compreso che se ci lamentiamo solamente, diveniamo parte del problema, non la soluzione. L'8 aprile ultimo scorso ho poi costituito: Riprendiamoci napoletani ONLUS, una comunità di cittadini partenopei aperti all'incontro, al dialogo, al confronto e alla condivisione perchè convinti che le differenze di opinioni siano delle opportunità di crescita, perchè per riflettere sul serio c'è bisogno di pluralità, altrimenti, più che riflettere, non facciamo altro che riordinare i nostri pregiudizi". In poche righe... la storia di Daniela. E la sua avventura continua. Il 3 luglio scorso un grande incontro pubblico: "Napoli pattumiera d'Italia? Diritti negati, opinioni a confronto e alternative possibili." Il convegno organizzato da "Riprendiamoci Napoletani ONLUS" e tenutosi presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ha avuto il suo meritato successo ed ha visto una straordinaria partecipazione di pubblico e di cittadini interessati al futuro sociale e civile di una grande metropoli mediterranea. Penso che la storia di Daniela sia molto simile alla storia di quel chicco di grano apparentemente morto. Di là verrà un buon frutto. Uno di quelli capaci. Uno di quelli che lo vedi da lontano. La sua storia è una di quelle in silenzio. Senza chiasso. Lontano da stronzate tutte polistirolo e luci.fumo negli occhi. Lontano da ribalte e cazzate politico-circensi. E' una di quelle che fermentano perfette e che arrivano. Senza compromessi morali. Come una di quelle balconate nella Spaccanapoli che conosco: fra gerani e robe stese al sole mediterraneo. Si, mi piace pensarla così la storia della nostra Daniela. La storia di Napoli. E la forza di un sogno.

locandina daniela villani e foto irma vecchio

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