15 febbraio, 2015
Trilogia della steppa. Steppa. Vitobenicio Zingales
Trilogia della steppa (3)
Steppa
... ma erano viaggi necessari, indiscutibili e formidabili. Possedevano il caldo di quelle estati inqualificabili: e non accadevano, erano. Era quell'intreccio di lievito con l'imprudenza. Non occorrevano varchi o premure di bagagli ... era che gli succedeva tutto in tempo, ancor prima del farsi fuoco e traducevano quelle rare intenzioni, altrimenti segrete al tatto della vita. Raccontavano cose. Lasciavano cose. Inciampavano, eccome. Cadevano. Guarivano. Soprattutto restavano. Provvedevano all'incoscienza della gioia, come il pane sul mosto dell'inganno. Pazienti, risalivano il dolore e l'evenienza al ritardo di quella lunga tratta. Erano banchise e pensiline ... geometrie al bar di sotto, appuntamenti incerti, sindacabili opinioni e un calice di buon rosso pagato al banco. Ponevano viticci sul confine degli incendi, mescolando pretesti ai fiammiferi del danno. Facevano di corsa l'occorrente per stendere l'amore sulla brace di un orgasmo. Erano viaggi incompleti. Dappertutto. Niente: erano eterni.
Ed erano città fatte apposta: inossidabili, opinabili e irrinunciabili. Vangeli che duravano più di un laccio intorno a dio. Erano l'oltranza e l'abbandono, quel giocarsi a slancio per i si dice del chissà come faranno. Indicavano alle differenze la genesi del farsi rotta e lasciavano allo svincolo le eccellenze del pentirsi dopo. Erano l'oltraggio e la cura. Quel metro sopra, quel tocco raso, quel darsi di lama a scatto. Tango e schiena, più di un urto: erano punta e tacco all'ingresso del paradiso. Erano il viaggio, non la meta ... il frumento, la mappa, la pioggia intrisa al sole. Quel meravigliarsi al restare ... nottetempo, piano, sul traslucido di un mare a riva. Erano l'azzardo e il tentativo ... quel desiderio con destrezza in cassa ad un lascito di ricordi. Erano il vantaggio, la scommessa. La via più breve. La coscienza rotta. Il malgrado. Nulla: quel dio incapace.
... ma erano terre al passaggio, inspiegabili e memorabili. Possedevano le infanzie del rintocco, giocate agli anticipi della sorte. Era quel dosarsi al fermento del tentare il salto: l'incoscienza del diamante, la stoffa di un grido al vento, il tessuto di un silenzio goduto all'apice. Non intendevano l'esercizio al susseguirsi o il convenire al dedurre del titolo finale: erano la trama, il delitto, il castigo, l'inizio al ripetersi del sempre. Opponevano al ferro della regola la pelle del "loro grande sbaglio", elevando cieli immensi agli inferni del rimorso accanto. Erano la ferita e la salvezza. L'affacciarsi al mondo. L'oblio, la permanenza. Sbrigavano quel dubbio, soffocando l'acqua ai passi della sete. Ed erano la frase e il compiersi. L'altra parte al mondo ... il disagio di un confine mai elaborato. Lasciavano alla distanza la misura morale del solito compendio: erano invisibili, amanti e veri. Erano il privilegio, l'imperio. Il giardino "inconquistabile". L'insaziato cibo. Il lungo viaggio. Niente: erano il tempo del dio lontano.
Steppe.
Erano il senso della neve: quella dedica di tracce al passaggio di un addio.
Vbz
10 febbraio, 2015
Trilogia della steppa, tundra. Vitobenicio Zingales
Trilogia della steppa (2)
Tundra
Fratello mio lontano,
mai avrei pensato che la strada alla "grande promessa" avesse potuto vivere quel tragico torcersi alla meta. Ma sono gli imprevisti ad alimentare il tono delle conseguenze e il viaggiatore, in quel trasferirsi di aspettative, dovrebbe premetterli all'inizio di ogni lungo cammino. Perché se è vero che il viaggio mostra il suo potere di sbilanciamento attraverso l'agire le fonti del mondo, è vero il suo contrario, allorquando il cuore del viaggio batte tra i santuari delle piccole stazioni di sosta. Lì sono quei "commerci sentimentali" che il viandante predilige alle necessità dell'anima, lasciando agli obblighi della memoria le pertinenze fondanti la regola del passo.
Adesso che tutto sembra perduto, e l'occorrente del viaggio trascorso disvive i cassetti di casa, la vita rimbalza quei ricordi che richiedono sgradevoli consuetudini di sforzi e immense biblioteche di appoggi. E se il viaggio dominava ogni genere di trasferta edonistica, richiamandosi a talune "muscolose eccellenze", qui, da questo calibro di nuovi accenni, le competenze transitano alle odissee del risveglio: la parte peggiore del risalire la vita dopo la rotta consumata ai "delitti". Amico mio, possiedo pezzi di levigata nostalgia e del tutto involontarie malinconie, ma il vero assalto causa all'alba, quando occorrono tutti gli argini per esaltare il contrasto al degenere di quei malmessi sotterranei ... e credimi, l'assedio lavora alla sete, mordendo il respiro alla speranza. Ma di certi "viaggi", più delle cerimonie attese, nelle occasioni dell'assenza, manca quel celebrarsi antagonisti alla prudenza. È come se il vilipendio al passo innalzasse i concorrenti alla spietatezza del custodirsi invincibili e attribuisse al ricordo il potere di rendersi inguaribili al conforto della teoria più curante. È una questione che lega "quel perturbare l'indifferenza alla vita" a "quel modo incosciente di cercare la gioia": in altre parole, del viaggio perduto, manca la vertigine più "solennemente ardita": l'infanzia tenuta al faro della rotta.
Amico mio, è un silenzio che germoglia stanchezza: un'assenza di metodo al furore, quasi un raschiare pelle dalle fotografie di vecchi pretesti. Ricorda l'abbrivio al commettere, quel faticoso maschiare all'azzardo dopo il taglio buttato sulla gola. È un orrore che impone economiche tragedie, un insaporire di neve e di più che accettabili delitti. L'enormità del danno, adesso, risiede in quel tratto di coscienza che, smesso il tessuto delle feste, ricomincia l'ordito delle rampe ordinarie. E semmai ci si adoperasse ladri, il dolore, quel gendarme solerte alle spalle di ogni rivincita, eserciterebbe la propria virtù con chirurgica furia, escludendo ogni genere di separazione dai ricordi. Forse, di quel battere contabile di mondi, avrei dovuto comprendere contro quale secca urtava l'amore e ricavare, alla vela, quella geometria di svincoli, distratti, invece, dal concorrere alla crudeltà. Si, avrei dovuto commettere la morte al primo morso del dubbio, ma quando il viaggio infila oscure, quanto imparagonabili sintassi di boschi, perfino il più equipaggiato dei pellegrini lascia alla novità l'esercizio del nutrirsi. D'altronde, in molti vive il convincimento che la bellezza giunga a quel matematico compimento, non dalla parsimonia del passo, ma attraverso gli eccessi della chimica più predatoria ... e in fondo, sulla mia pelle, i tentativi al sublime mostrano ancora l'evidenza sconfortante di quell'assumersi "compiutamente" al mondo.
Mai avrei mai pensato che i confini del dimenticare avessero potuto cedere alle tentazioni di quella "maligna ossessione". Ma il viandante, più o meno accorto, nel viaggio al termine della meta, riconosce all'acciaio dei ricordi l'unica provvista necessaria ... e nulla importa se in quelle "città trascorse", malgrado la tortura patita, perduri la sediziosa assenza dell'oblio. Lo so, amico mio, risulterebbe sconveniente affermarne qui la forza, ma l'imperio giunge da quella distanza che, nel viaggio del proprio esistere, misura la convinzione del paradiso al mondo. E non c'è ferrovia che snodi l'universo come l'intendere del "viaggio irriproducibile": in esso sono la fortuna del divieto e l'angoscia a dio.
Ora raccolgo i giorni da allerte interminabili, intensamente sottoterra e modestamente navigabili.
La mia tundra è un sortilegio incapace di coscienza.
Ma sono libero, di restituirmi al viaggio.
Vbz
07 febbraio, 2015
Trilogia della steppa. Taiga. Vitobenicio Zingales
Trilogia della steppa
Taiga
(e di quel morire piano alla Domenica)
Amica mia adorata,
come sai, ho risolto l'ennesimo trasloco, imballando antiche congetture e nastrando apparenze d'incarto. Ho lasciato che il viaggio doppiasse la ferrovia del risalire, vincolando il rimpianto alla sala d'attesa e il rimorso alla "oggetti smarriti". I sintomi delle soste, però, hanno procurato gli allarmi degli inverni illustrati anzitempo e ben oltre il succedersi dei dubbi che il viandante sa tenere a ricavo.
Da giorni, finito il viaggio, e compensata la catastrofe della meta, assolvo alle mie esangui cerimonie domestiche, diluendo solitudine e claustrofobica gioia alle semine ripetute di ciò che è stato.
Ho trovato dimora e tempio, vicino il pube caotico della città.
Il fitto è buono e non pesa sulla incorruttibile classifica dei debiti. L'orrido del ricominciare, combinato alle equazioni della consapevolezza, destreggia il conflitto, ma non avvilisce, di certo, gli eccessi della memoria. D'altronde possiedo ancora i profitti di quel "dissapore etico" e la morte sentimentale che appresso mi è giunta eroga un titolo di viaggio, a ristoro del danno, del tutto accomandante. L'impegno assunto, comporta si un aggravio di tempo, ma depone a vantaggio di un superbo distacco: l'iconoclastica dell'inferno felice, così mi piace tradurlo. Il frasiccio del mondo, là fuori, torna attutito ai frangenti tufigni del palazzo e da lì colgo solo quella debole eco che, deplorevole, lavora di punzecchio, ma non di lama. Come gentaglia: il sottosuolo dell'insolenza. Quando, per la sferza dei più pruriginosi, lo sbarramento cede la trincea, non mi resta che risalire Vivaldi ... e mi impedisco di mescolare quel "sovrabbondante pressapoco" con questa mistica del necessario. Alla fine, i privilegi della solità, respingendo tentativi e affondi più che maldestri , pare illuminino sulla morale dello spazio e con quel taglio così profondo da rendere ingovernabile l'emorragia accaduta agli scaltri e agli imbecilli. È poco, ma basta. Risulta da una forzatura, ma la "spietatezza del conforto" è pari alle oscenità dell'oltraggio. L'invidia, su tutto. La meschinità e l'ipocrisia, poi. Da navata a transetto, in quella chiesa culturale, tra sacerdoti e osservanti, l'aratro della sottigliezza muove solo per l'orlo delle sottane e per rinforzare al tessuto della colpa la coccarda dell'accidia. Amica mia: un giubileo di schiene ... un torpore di avanguardie approssimate, quasi un capraio ruminante lessici di penitenze. Il potere e la gloria, in un sorso di tastiera! Talvolta cedo agli sforzi della rabbia, ma per delegittimare il mio "di dentro" contumace: appena il tempo di un rigurgito e torno al perimetro della mia prigione morale, ai solstizi della differenza. Da qui, dove abbonda la mia ritrovata stirpe, coagulo la fede della perdita con la cicatrice lunga dei ricordi, appressando le novità di una prostituta col delitto antico della "fame". Ma sono aritmetiche deducibili, oltremodo umane e tipicamente soggiogate alla sopravvivenza di una specie. Le preferisco all'orgasmo infantile del promettere dio e al salasso criminale dell'illudersi provveduti. Così elevo un osanna, o una prece, alla genealogia del frattempo, liquidando il timore di esistere una vita insignificante, più che ferinamente solitaria, con una bordata di sesso per un ninfomanico avviluppo di gioia prezzolata. In fondo è la mia messa santa e ne governo l'accesso all'ostensorio secondo le candidature che nani e dei contabilizzano ai miei interessi. Sorvolo sull'encomio del sottrarre, ma sottolineo le pertinenze dell'evocare: mi supera la malinconia e più di quell'enfisema estetico appiccicato ai polmoni di questa città irrimediabile. Dubito che possa rendersi palese una legittima forza ordinatrice, talmente sono forti i convincimenti dei più all'ingrasso, ma a questi orpelli anarchici si fa l'abitudine, testimoniando i carteggi di un'invisibile disprezzo. Lo riterrai sconnesso, al limite della superbia, quasi ... ma al godibile disimpegno morale, preferisco la morte sociale dello spirito. La scena, e lo sai fin troppo bene, è per quel genere d'azzardo che impegna élite di creme e muscoli d'assalto e tanto da accreditare la meno partecipata umanità al tripudio del dio più carnivoro. I passaporti per il paradiso possiedono, lì, validità eterne e, al pedaggio, frontiere corrotte e "circoli emancipati" richiedono oboli da bestemmiare alla sbarra del simpatico commercio: poetastri, autoscattisti, politicomani, eroschattisti, dioamatori, sermonisti ... una prolissi circense equipaggiata all'urto dell'indecenza e tutta tesa agli obblighi dello scandalo, un tenersi posticci per le platee paganti ... l'oncologia del miracolo, così mi piace tenerlo al tatto sfigurato degli occhi.
Amica mia, questa bruttezza corporativa che espande figli destri al delitto estetico ... questa afa di chiacchiera democratica che elargisce sciatterie di intenzioni e ludibrii di orifizi, questa mediocrità cortigliara che paroliccia prostituta le passeggiate di una città irreversibile ... Preferisco tenermi il mio immorale e dispotico dissenso, slanciando la tragedia della libertà oltre il pilastro delle più fortunate garanzie. Preferisco rendere il malloppo umano alle beatitudini evangeliche, là, sul sabbioso guadagno d'ogni torre familiare, chirurgicamente ricamate a risplendere stoffe di frammenti ...
Vivo da appartato la genesi del nodo, quel dolore perfetto che, eguagliando ai germogli del fallire i semi del confermarsi vani e tentativi, provvede ogni giorno a legare ossi e vetri alla carne di ogni stipite battuto al buio. Io racconto la peste del rifacimento buono, la tragedia del supplicare vita dagli oscuri sotterranei dell'assenza. Io incarno la pessima abitudine, la molestia insonne, la cattiva intenzione, la deprecabile rinunzia ...
Io amo i lupi.
No, amica mia ... il viaggio non è stanco, ma pone allo stremo del senso. Mi assento dal pronostico generale, perché sapere, come l'amare, è tormento. La ferrovia segna lontana e le mie tracce rassegnano una circostanza perdibile, ma ormai indifferibile alle rotte del tenermi lontano.
E se questo è lo scotto, il ragionevole daziario per assumersi al credito della consuetudine, io scelgo la Taiga della mia miserevole scelleratezza, quell'edificio smesso che abita l'oscura meraviglia del confine irreparabile: l'ultima falange imprecante la banchisa miliare.
Ma è luna, adesso. Possiedo un obbligo e ogni giorno, al farsi sera, con una gioia violenta, mi comincia la vita.
VHS
07 dicembre, 2014
da "il marsigliese"
da "Il marsigliese"
Ma era quello scandire di passi, intarsiato al minutare dei commerci, tra Boulevard Rey e Rue de la Tour, che suggeriva alle variabili attese dei giovani alchimisti, il privilegio di un regno e le atrocità di un patto. Era le monsieur des touches ... e nulla, da quell'osare a ricavo, avrebbe potuto essere più grande del suo tempo.
Vbz
10 novembre, 2014
Il carteggio, di vitobenicio zingales
Il carteggio
Ti scrivo, dio, da dove sono morto domani. Qualora ti assalisse il dubbio, desidero darti quella dovuta assicurazione: tengo, e nella sua debita considerazione, il carteggio antico. I nostri privilegi, quindi, sono più che al sicuro. Ammetterai che nessun altro timore, simile per potenza, potrebbe incidere, e così profondamente, se tutto giungesse ai criteri della verità. Condivido il tuo malessere, ma le promesse ordinatrici, quelle che impegnavano le nostre virtù, non hanno ristorato il danno, ne hanno, invece, colmato l'atrocità della misura. Sono cessate tutte le opportunità, innegabile quanto oscuro, ma in te è posta ancora la residenza e io, malgrado l'evenienza al male, resterò ai patti. Potrebbe risultarmi vantaggioso, ma da dove è il mio domani termina col tuo tempo ... e le mie pertinenze non potrebbero sostenere altri conflitti per edificare ulteriori luoghi di senso. Non abbiamo considerato il mio dolore. Non lo ritenevamo possibile ... avremmo dovuto, invece, indagarne gli indizi, soprattutto quando avveniva il futuro ... Ma è tardi per aggredire questioni ormai divenute immensamente inutili. Ci resta il tormento, tutto umano, per aver compreso in ritardo che la mia sofferenza era più che vera ... era nostra.
Ti scrivo da dove il mio nome non vale più l'impegno all'oblio, da dove il tempo risolve le cose, ma aggettando sul mosto dei cannoni. Da dove tutti i giardini atomici sembrerebbero superare, per traccianti fioriture, l'ultima carne di luce "livida" e invocante, dove l'esercizio alla forza avrebbe doppiato la tragedia naturale delle proporzioni. Qui, dove è terminato il nulla, la mia "vita" sembrerebbe non avere altre pertinenze, neppure a volerle ricavare dalla pancia del mostro più fecondo ... Come te, rassegnato alle assenze, calcolo il passato che mi resta da vivere e quel poco credibile attimo che mi solleverà dalla "competenza ultima". Avremmo dovuto credere in noi stessi con più ostinato egoismo, avremmo dovuto correggere alla blasfemia, laddove le necessità al delitto imponevano quel rigore al macello, e devastare all'occorrenza ... abbiamo, invece, attribuito al nostro seme catastrofica genericità, concimando inservibile misericordia e deplorevole speranza. Abbiamo elevato alla compassione il compiersi dell'opera, quando avremmo dovuto ascrivere alla ferocia; abbiamo negoziato, quando avremmo dovuto recidere, accoltellare ... ed ecco, ti scrivo da dove gli incendi hanno smesso di generare ogni compimento alla cenere, da dove la parola partorisce pietraie di impotenti attese. Da dove le fosse svuotano convincimenti, ma conciliando gravidanze di invisibili eccellenze.
Amico mio, da dove sono morto domani è la terra dell'aratro conciliante, da dove alcun passaggio straniero ha raccontato lo scopo di quella disciplinata armata ...
Adesso, le nostre conversazioni antiche ci obbligano ad un conveniente abbraccio. E non aver timore: il carteggio non contiene riferimenti al vezzo che mai avremmo intuito.
Il nulla non possiede ricordi e io, ormai, non possiedo quella forza necessaria, la risolutrice potenza, per infestare la sua terra.
Vbz
30 ottobre, 2014
Mariccio piano, di vitobenicio zingales
Mariccio piano.
Come se mancasse agli occhi quel mariccio, piano, di cose a cadenza. Quel posto che ci scavava a chiodo e restava avvezzo al farsi assente del passaggio. E non c'era cosa che facesse "scruscio" e mondo più di quel maritarsi fermi. Da quella parte, che era sovente alle attese di noi picciotti col baffo in riga, glorificava il caos del ripetersi, quasi un morso accanito e di spavento bruno, ma ardente e "disiato" tremendamente. Faceva a tratti, più o meno come la ferrovia di mezzo agli uvicci buoni, e se i discorsi e le questioni osavano il taglio della differenza, ci pensava quel rumore amputato, quel rimedio scambiabile, ma solo alla "fine del parto". Il posto ricominciava sempre dal suo posto, lentamente a serramanico, di punta e di affondo. Scorticava ogni transito, qualora si pigliasse a pretesa la voglia di risalire il carrubo, lì vestito a confine. E se insistevano le promesse di galleggiare l'oltre, quella parte di posto, segnandosi a dovere, moderava tutti i tentativi di quel farsi opinione e futuro forestiero. Noi, che la buona creanza c'alimentava il fiato, a quella chiesa ordinata all'oltraggio sapevamo come appendere le parole e verso quale croce battere, alla fine, la bestemmia più incline al dio. C'eravamo nati con la rapina e con la pazienza. Soprattutto, sapevamo essere fame. Di quel mestiere, si pigliava il "fino", la parte del coltello che faceva incinta l'illusione di scappare ... In fondo, era un ripido lascito di speranze già avvenute, una rimessa di intenzioni, impossibili da far percorrere alle conseguenze. E si stava col sapore a starci. Ma con la sete abbracciata agli occhi. Lo ritenevamo nostro e sconsigliabile. "L'unisono al doppio", lo dicevano gli antichi: da un correggere di zolfo ad uno eccesso liturgico di sbadigli. Ci piaceva la coniugazione al sale e quel criminale bucare possessi da parte a parte. Quando si mescolava puttana, noi ci allungavamo maschi e dolo, benedicendoci seme e fango riparatore. È vero, ostentava, ma avrebbe potuto testimoniare dio se solo le fosse montata la caldana. Riconoscevamo al suo intendere quel potente frastuono che è della logica dei bambini, quella riprovevole innocenza che attribuisce gioia agli impasti del nulla più irrimediabile. Non si opponeva resistenza al suo danno e se la vigoria al delitto accresceva la sua colpa, ci facevamo ricordo, a turno, mesti e vinti. Cosa c'importava la morale o la novità, cosa avrebbe favorito la legge o la giustezza ... di quel mordace passaggio eravamo i delinquenti e la frusta con cui si teneva il pregiudizio allontanava da noi quella riga di riverenze straniere "piantumate" a ricatto. L'estetica dello sbaglio era in quel farsi assenti, ma concimati al restare intatti. Ci figliava l'orgoglio e la fierezza, ma di quello spiazzo eravamo fendenti al centro e nessun altrove si faceva viaggio al posto nostro. Della nostra condanna eravamo le ali e la destinazione restava dispari al peso della partenza: quel trionfo muto, schiacciato e migrante. Si restava desolati alle aritmetiche e lo svantaggio era un'arte. Si attorcigliava il laccio dell'abbandono e l'arrangiarsi alla compassione ingrassava l'olio del pretesto. I "cartocci sparati a rosa" che c'obbligavano al vangelo, discutevano la possanza degli infami e se si nasceva sbirri lo si doveva alla sollecitudine con cui altre ossa invocavano altri cimiteri ancora. Sottomessi al vento, questo valeva il cielo! E se si abbassava di un salto, sapevamo come tentarne gli scarti ... Nessuno, tra noi, si usava al rialzo e se uno era prima all'altro si custodiva la miseria per offrirla ai porci. Da "sbalanco" a tufo scorrevano "gli argomenti", ma non c'era soverchieria più potente di quella grazia che ad alcuni li faceva "cristiani" e "a verso": la malinconia dei chiodi torti, la chiamavano.
Eravamo isola e continente, obbligati alla catastrofe dell'immenso. E di quei sotterranei ci facevamo cancrena di frontiere indissolubili ... odissee di immorali adolescenze ...
Era il posto che diventavo io.
Tutto questo era nato prima, nonostante la memoria.
Oggi, il mariccio, ci conta vecchi. O da altre parti. Distanti e vinti.
Vbz
24 ottobre, 2014
Anche la neve va in esilio, di vitobenicio zingales
anche la neve va in esilio
come sempre, in quel posto e a quell'ora, l'apparenza custodiva il rito e gli obblighi che istruivano il freddo. cento metri di solido inverno. cento metri di accenni, malgrado il tatto e quel discreto, ma sconveniente risalire al dettaglio. il cielo gli cadeva in mezzo, a getti … e con quel tiepido risentimento che è dei “vinti”, ma anche dei bastardi.
in fondo, anche lì faceva città ... con quel promettere gesù e un albero di natale a buon mercato.
a dividere le distanze, il ghiaccio. null'altro, poi il niente.
“farai tardi, stasera?”
“mi spiace tesoro, abbiamo molto da lavorare …”
l'esercizio all'"arte", esaltava la vergogna, ma anche a quella, dopo quel "certo", momentaneo rigore sentimentale, ci si abitua e ... lo sapete bene, l'abitudine è scaltra..
avanti e indietro, solitamente in tre. allo stesso orario, dall'inizio. e alla stessa ora, stornati i contrattempi, finivano. coincidenti, come il rimorso. non era una piazza, eppure il posto accumulava quel tipo di cose: le attese e il chiudere contratti.
si faceva solo in tempo a sovvertire il pudore e a chiudere gli occhi.
“non prendere freddo.”
“non ne prenderò.”
i fasci di luce, come l'accanire del prurito, su per quel tratto di periferia, propendevano per la procedura consolidata, stabilendo lentezze, attese e deplorevoli riavvii.
il rimmel e le parrucche esaltavano l'oscenità della menzogna, celando al pubblico gioie e dolori oltremodo intimi per il prezzo del titolo di viaggio. tutto risultava sconveniente, ma le pertinenze dominavano gli effetti e, in fondo, non era solo quella certa "chimica" a provocare tumulti e tempeste epidermiche. la "tariffa" variava dal modo di porsi del cliente e per il tipo di prestazione richiesta e concordata. domanda e offerta qualificavano degnamente il mercato. erano singolari contratti a tempo e si rinegoziavano regole e arbitrii per testimoniare un vantaggio e manifestare un ristoro. e perché tutto risultasse igienicamente perfetto, servizi e clienti sostenevano discrezione e tatto, soprattutto inficiavano legami, altrimenti sediziosi, dannosi e moralmente inopportuni. il negozio emotivo, e i suoi letali contagi, venivano messi in mora, e ogni volta che il tentativo si esaltava nella speranza. alla fine, la logica avrebbe esercitato il diritto alla forza al di là d'ogni giacente o pendente pretesa ...
“quanto?”
sebbene fosse semplice, la domanda possedeva l'infinità del colera e al solo accenno, quel lieve enfisema di parole, appena gorgheggiato, faceva come espandersi e propagare, prima in alto e alla fine, soprattutto quando era il gelo in inverno, in terra, "sporcando" la neve.
“quanto?”
nonostante il disprezzo per quell’affare da sbrigare e concludere, ci si disponeva come sanno i mercanti sul punto di chiudere una trattativa immorale, ma indubbiamente assai vantaggiosa. e se dall’altra parte si stava a rinegoziare il dubbio, in quel genere di mercanti s’innescava la più malcelata tra le ansie. tutto ciò era nel mestiere di chi poneva il dubbio e di chi ne accoglieva il velato oltraggio.
“quanto?”
e se tra le parti si giungeva ad un compromesso più che accettabile … beh, era fatta.
dileguavano nell’ombra e chiudevano l’affare: i "clienti", la neve e quel muoversi predatorio, a scatti. la monotonia di quei gesti era pari solo alla puntualità del rito e se biasimevole o meno fosse la circostanza, quel pezzo di strada di certo non veniva meno agli impegni assunti … con la vita e con quei particolari mercanti. tutto il resto propendeva al silenzio e, se non era particolarmente freddo, il ghiaccio scioglieva nella neve, paziente.
“quanto?”
il portico, tra genziane e colonne, acquiescente solo con le penombre, quella sera invece, accomodò anche il pianto. quella sera … insolita e lenta, spinse il sottrarre a fare i conti con il sospetto e con ciò che da giorni rimaneva del resto.
il tramadolo a rotazione, che custodiva il pretesto, ma non la circostanza, sovvertì solo per poco tempo le pazienti ragioni del dolore.
“non c’è null’altro … nient’altro da fare?”
“ha aggredito tutto … mi spiace.”
"quanto?"
chiuse gli occhi. e attese l’oltraggio.
“farai tardi, stasera?”
il cliente, supponendo il clamore dell'impatto, fissò il silenzio cadere nella neve. alla fine risalì l'orgoglio e la presunzione, più che infantile, di chiudere l'ultimo contratto.
vbz
23 ottobre, 2014
Trilogia del ferro, di vitobenicio Zingales
Trilogia del ferro
il giorno perfetto, "alla fine, aprimi e divorami". Prima parte.
era uno di quei giorni. uno di quelli per cui ne vale sempre la pena, eccome. era uno di quei giorni che comunque ti scoppi il cuore, c’è d’andarci fieri. a detta di frankie quello era il giorno perfetto. e in qualunque modo l’avesse presa il mondo, quel giorno, per lui, sarebbe risultato tanto importante quanto il giorno del primo uomo sul culo della luna. avrebbe potuto scommetterci intendimenti e attributi, ma quel giorno era il più azzeccato e fottuto fra i giorni del suo calendario avariato. non fu facile stabilire quale tra i pretesti avrebbe potuto essere il migliore, ma probabilmente “quello” ne suggerì la “circostanza”. se fosse stato il caso, o altre simili cazzate, a torcere il cavillo, risultò assai irrilevante, considerato che nel costruire la fortuna dei suoi effetti i peggiori detrattori sono i migliori fra gli uomini comuni … e la storia, si sa, evoca solo eroi, santi e luride puttane. credetemi: al di là di quanto potranno le parole, su questo pezzo di carta, risulterà non facile, alla fine, elevare uno di quei giudizi tanto severi quanto ragionevolmente opinabili e non solo per tentare di dare corso alla più strampalata o sommaria delle disquisizioni etiche. se volessimo indagare più a fondo l'esecrabile scelta, dalla parte opposta alla più conveniente delle convinzioni morali, risulterebbe alquanto sconfortante pensare d’essere stati oggetto del più singolare strumento del sapere: il dubbio di dio.
era uno di quei giorni. col caldo e il vilipendio solito: le ennesime ricostruzioni culturali promuovevano vantaggiose istanze etiche e quanto mai liberatori dileggi intellettuali. uno di quelli per cui la storia avrebbe atteso anni, secoli addirittura. era il giorno perfetto e per frankie tutta la cosa avrebbe potuto risolversi in una fottuta manciata di secondi: sai una di quelle risolutorie scopate per levarti all’istante dall'imbarazzo chimico? gli effetti sarebbero stati così devastanti che anche il più miserevole fra i dettagli sarebbe stato tradotto in uno di quei potenti assunti, tra archetipi e falli e, per dio, frankie pianificò la faccenda con quella certosina precisione da confondere anche il più attento fra i più certificati e gettonati analisti in fatto criminale. frankie pensò che era tempo di mettere ordine e di fottere lo sporco culo del mondo. immaginò che fare pulizia in casa, oltre ad essere un dovere morale, era uno di quei sacrosanti diritti da esercitare per rimettere a posto il già minacciato naturale e generale sistema delle cose. disimparò ogni elemento discordante con la neonata indole e, soprattutto, si collocò oltre lo spettro della colpa. e del ricordo.
non ci volle molto in termini di tempo, non occorsero che due giorni e due notti. "quando è la paura", diceva, "basta la più feroce fra le consapevolezze a disincagliare la coscienza dalle conseguenze di un abisso". ecco perchè era perfetto: frankie aveva smesso di assecondare la paura e deciso di avocarsi il "potere della pertinenza". da tempo andava addestrando la sua coscienza, spalancandone la libidine, e da tempo, ormai, cresceva in lui quell'ardita consapevolezza che, per potenza e furore, sarebbe risultata pari solo all’avidità di quel dio pateticamente osannato. semplicemente riconsiderò i termini di un contratto, immaginando di ristabilire la giustezza del peso tra l’eludere e l’effetto. "fra governare il fuoco e gestirne il mito", pensava, "s’insinua il più emblematico e seducente dei dubbi: disimparare dio o divorarne gli ultimi resti?"
in quei giorni frankie sottopose le sue convinzioni alla più rigida fra le revisioni e se esecrabile fu la lettura di alcuni testi minacciosamente occulti, dal quinto vangelo all’essenza dei colori, al molteplice di fibonacci, esemplare fu la sua scelta: negare a dio l’eccellenza di un evento.
si alzò da letto alle prime luci dell’alba. di sotto era il consueto ristabilire di periferia, col perseverare dei soliti disimpegni civili. le palerie s’informavano ai progressivi imbarbarimenti estetici, tra cemento contenitivo e sbalorditive procedure contabili. avrebbe dovuto mettere in ordine il solito bordello, ma considerate le imponenti evenienze, eluse gli obblighi domestici e trasferì i suoi sommi convincimenti fra le penombre del grande salone. si distinse come non mai tra i ricordi ficcati nel buio, impedendo l’emergere dal nero evocativo, soprattutto al più impercettibile dei rumori sentimentali e di causare quindi, involontari, ma irreparabili danni. chiuse la porta e decise per il panorama immobile dal vetro. da qui avvertì la città, a ondate ... modestamente allegoriche, ma tiepidamente insinuanti. vetro, cemento e sbirri: "in termini di approssimazione", avrebbe sostenuto, "dio e quella falsa enfasi creativa". escluso il torpore della luce, inutilmente debordante di là del vetro tra gli scuri, fu quel cannoneggiare di silenzi a disegnare ancora focolai di vita intorno. alla fine, malgrado il coinvolgersi ennesimo di quei tentativi riparatori, fra vicoli ed intermittenze, il tutto apparve finire nella rappresentazione della più inconsistente ripetizione di un atto. e il furore tornò tiepido, come se la percezione delle cose attutisse nel compiacente riprodursi meccanico della città.
frankie guardò attentamente le cose di sotto e il sistema che là, potentemente, attribuiva al vuoto il criterio del risalire.
nei suoi occhi irretiva uno spazio sconosciuto e in questo rifletteva la sua intima e più che complessa natura. mirò in alto. di più, nonostante l’ingombro di quella supponente immanenza. si allontanò talmente tanto dalle sue originarie aspirazioni da osare le più pure rappresentazioni dell’essere, ma come per la strisciante paleria di sotto, di quelle ne afferrò solo i più elementari concetti e i meno assoluti tra i fondamentali. pianse. spalancandosi nella rabbia. istanti. si respirò nel sangue e tornò alle sue convinzioni: "sono il centro del mondo: adesso è necessario perfezionare l’intenzione". tornò all'intendere originario e da quello al convincimento liberatorio. si allontanò dal vetro e lentamente prese il legno della sua scrivania, là a due passi. la sua natura sostenne compiaciuta gli ultimi slanci della colpa e la sua ostentata autorevolezza condivise il passo con gli impulsi più oscuri.
la millantata eternità cedeva il passo alla ferocia meno attutita, ma più organicamente dislocata tra cielo e terra.
il sorriso si trasformò in uno di quei ghigni che nella savana sanno evocare solo ira e terrore. controllò l’ora. la pendola indicava un quarto alle sei. frankie pensò d’essere pronto. da lì a poco avrebbe attribuito all’onnipotente la più miseranda tra le colpe.
di là, nel silenzio, tra andito e piccola biblioteca, era la sua famiglia.
avvertì le sconcezze del mondo nella totalità delle cose là giacenti in basso e respirò quel tanto d’aria da placare gli ultimi laconici fermenti di pietà. a più riprese inghiottì quella rimanente miscela di ricordi per impedire alla coscienza di venirsene fuori, nel momento meno opportuno, con uno di quegli sbrindellati meccanismi del cazzo.
nei suoi occhi un’implacabile onda rossa defluì con tale potenza da inibire anche il più involontario tra gli impulsi. era pronto. con la mano sinistra impugnò una striker a moto circolare e simultaneamente, nella sua destra apparve un minaccioso e quanto mai giudicante coltello.
da lì a poco avrebbe dovuto compiere la sua grande opera: "spalancami il sangue. chiedimi se, per ogni dente, l'acciaio della striker chiede all'eludere il valore della colpa. alla fine, aprimi, insegnami a disimparare dio. e divorami".
soli, in lontananza, e molto più distanti di quanto non potessero intuire dio e la morte, in quell’istante, erano la città e quel cannibale intendimento.
"le farà piacere, io l'amo".
Il giorno perfetto, ti amo. Seconda parte.
intimamente, verso il mare, a galleggiare controspigolo. solo chiacchiere e diagonali bestemmie. vecchi silos, da una parte: schiacciavento, per la gente che abita le abitudini del porto.
la città.
e gli “oboe” delle grandi navi da crociera.
ma l’inganno era evidente anche al più orbo tra gli imbecilli.
la città.
a ricalco sulla nebbia, a rincoglionire l’alba, era il tanfo del cherosene. tutto giaceva intorno alle chiappe del mare e l’imponenza di dio giungeva, a tratti, dagli acuminati coltelli di cielo che lì, sulla schifosa rada, esaurivano come ciliegie di merda a piombo. su per la deriva delle alghe, ad uno sputo dall’arrossire dei marabutti, tra i docks, moltiplicavano, invece, i consueti trambusti delle blatte, anche loro lì a fottersi la vita, per una “spada” da bere o per una lisca da ripulire in santa pace. alla fine, che fosse il rimpianto dei vecchi gruisti a sbuffare il grigiume, intorno alle solite menate sindacali, era evidente più di quanto non fossero palesi le zaffate di sperma sul torbido delle coppiette che labbravano il litorale.
dal porto alla promenade, era quel dovere di superbi particolari: il carcere. sul tratto, le losanghe robuste e i porfirici cartelloni pubblicitari suggerivano la colpa e la commiserazione: la faccia di un "fromboliere idiota" da una parte e il braccio n. 5 dall’altra. il "cavaliere" e i vinti: la vendetta e la redenzione. ma l’intendimento dei creativi, a quel tempo, sarà stato proprio quello: determinare l’effetto al di là di quel qualsiasi principio estetico. oltre le prospettive immorali, torcenti le squallide piazzole, erano le consuete sfinteriche abbondanze, riprovevoli più della mente che, di tutto quel ben di dio, ne aveva elaborato il raffinato meccanismo.
dalla torre era tutto questo, escluso l'inferno.
sbirri, preti e puttane la sapevano bene quella parte di città.
semper avarus eget.
il primo fendente sbranò il baricentro del cuore. in volgari frantumi. tutto, tra condotti e ventricoli. placenta e peccati, regolati tutti in fondo al sapore del cuore. crudele, spietato, giudicante coltello. affondò sagittale nella religione della carne, con quella violenza che è pari solo alla più agghiacciante e predatoria voglia d'amare. letale, evangelica arte. quasi bellezza. l’infinito apparve al primo getto. e fra porpora e fango, delineò in alto la conseguenza di un abisso. come quando è un sogno a radere gli esagitati pruriti del tetto. al primo inesauribile schizzo di sangue, quel sogno laccò l’intonaco. turpe e muscoloso. una gotica istantanea, oltre la morte. osceno. incapace d’amore. una visione perdutamente pornografica. un vezzo da oligarca, al di là dell’irrimediabile presente in catene. una soggettiva lenta, disegnata in macchina per supporre l’aristocrazia di un alito. l’inferno beato tra gli angeli e il mistico colera in paradiso, al di là dell’opinabile eterno. un primissimo piano e poi stacco. in nero. e il dolore in dissolvenza.
nel buio, la scena recriminò solo quel tanto di rispettabile ferocia.
il suono fu tra i più particolari. in natura non ne esistono di simili. neppure a volere rammentare l’avidità degli sciacalli.
il secondo fendente andò in vena, nella vagina dell'origine. da sinistra a destra, aprendo la gola. un solo taglio tra ossi e trachea. mozzando lasciti e promesse tra libido e rimasugli di coscienza. rendendo il suo peso superiore soltanto alla capacità della misericordia. un solo atto. ninfomanico. sbrigativo. colto. un’amputazione perfetta fin dentro l'archeologia del dolore. non fu più donna. nonostante le lacrime, il sangue fu sperma. a getti, fra tumulti di bestiale intelligenza.
pam, pam, pam, pam.
sette fendenti. tutti in gola. l'eccellenza dello stupro. con premeditata compiacenza. tutti dentro. con amorevole cura. coito perfetto.
quando il coltello è un vero maschio.
un ultimo sussulto. un ultimo rigurgito. e la morte, apprezzandone il vigore, esplose in tutta la sua adorna freschezza.
la morte non fa male ...
il cuore, magistralmente saccheggiato, cessò di erogare sentimenti e battiti. e con quella tipica disinvoltura che è del più elegante tra gli assertori la disfatta chimica dell'anima. il muscolo, inopinatamente, concesse un ultimo lampo e l’atto sistolico fu tra gli occhi della soluzione meno impegnativa.
perché?
solitamente, alla fine, “tutto”passa da quell’indeclinabile senso di stupore … come se in vita, colui che va, mai avesse avuto il tempo di raccogliere, e da qualsivoglia domestica stronzata, un seppur minimo indizio e spiegare, quindi, le ragioni di un epilogo. un olocausto spietatamente banale
perché, amore mio? perché ….
iconoclastico dolore. tardi. e ricadde di spalle, con le pupille sbavanti ancora l'impegno alla pietà. elettricità e spasmi, ancora per poco, appiccicati, alla sconsiderata avidità della pelle. semper avarus eget.
fu calmo. misurato. come l'estasi liturgica a quell’ora. non pretese altro che non fosse necessario: la logica, l'estetica ... e il dubbio di dio.
ripiegò verso le parti nord di casa. la furia, da li a poco, avrebbe avuto altri denti da accontentare. il tempo d’assaggiarsi e di stupirsi, e frankie, piano, entrò nella camera di marco e matteo ... quattro e sei anni, dalla lieve punta dei piedi allo sbaffo di cioccolata sulla fragile ceramica delle labbra. inesauribile omeostasi di figli.
l’innocenza e la colpa, condivise ai vincoli dell'incertezza più provvida, accolsero la stupefacente esaltazione a quel tipo onirico di bellezza.
poco meno di 15 metri quadrati, e qui l’atto venne ripetuto. a ciclostile. in perfetta, celebrativa sequenza. la coerenza dell'atto e il crudele intendere della fame. nessun altro dio, al di là dell’uomo, tra concupiscenza e inclinazione al bisogno cannibale di costringersi alla vita. due fendenti al primo dei fratelli, cinque colpi a matteo. al petto e alla gola d’entrambi. conquassando la loro inammissibile verginità.
alle sei punto dieci, frankie tornò dalla moglie. al di là d’ogni ragionevole dubbio … un marito esemplare.
occorsero solo venti minuti.
il moto circolare della striker fu avido, ma tecnicamente preciso. prima gli arti inferiori, alla fine il torso e la testa. la fece a tocchi e a pezzi la ficcò dentro ad uno di quei grandi sacchi neri. la sentenza fu omologata e alla parte venne retribuito la giustezza della pena.
finito d’adorare la moglie, tornò alle parti nord di casa … insieme alla striker. qui ebbe cura di cambiare il disco d’acciaio, con uno nuovo da quarantaquattro denti … meno aggressivo, ma altrettanto famelico e affamato.
occorsero solo quindici minuti.
al palato della furia.
per tutto il tempo, le "terze parallele" del k623 di "wolfgang", il prediletto.
di sotto era la solita paleria dribblante, tra contenitori e guerre di ratti. in mezzo, la moltiplicante semenza di citofoni e di inutili sensi rotatori. dalla torre, il porto e il tratto di strada, tra l’estetica delle encicliche aggettanti e i principi morali delle blatte.
perchè?
un solo minuto alle sette ... per dirle ancora ... "ti amo".
Il giorno perfetto, ti salvo. Terza parte.
quando "l'opera" fu compiuta, Frankie decise per la savonarola in sala. prese un sigaro e lentamente attese la combustione.
dai vetri, la città segnava le encicliche consuete. invariabili, come gli orizzonti morali, lì appesi al cielo, e tanto distanti, quanto irrimediabilmente inavvicinabili. tutto sembrava sottomesso. spregiudicati errori, richiamanti il miserabile declino, colmavano la diffusa indifferenza e il generale oblio: dagli attraversamenti estetici ai debiti dell'assenza. in periferia, le evidenze del sottrarre mostravano le logiche e le perversioni di quel doloso e più che indegno calcolo politico. ma l'esercizio all'abitudine concimava l'irreversibile e la raffinatezza del potere era tutto in quel generativo e paralizzante coma. la chimica del nulla sovrastava la fisica dei desideri, maneggiando col bisturi la cancrena e la metastasi: le concorrenti manifestazioni di quel produrre "democrazia".
il salmastro procedeva a tratti, rotto, di tanto in tanto, dal rimestio dei commerci dei naviganti. non è che gliene importasse più di tanto, ma quel configgere di rumori di sotto, nell'aprirsi del giorno, lo irritava.
"che stronzi ... darsi pena per uno sfacelo che loro stessi hanno inventato. dovrebbero scannarli tutti, ecco cosa ... "
faceva fatica a mostrarsi indifferente, ma quel battere anarchico di genti e improbabili, quanto illeciti contratti, gli impediva di formulare il più elementare dei concetti. provò un confinato senso di solitudine, ma di quel cibo non intese la benché minima necessità. decise, quindi, di lasciare quel risibile sconforto per le oscenità, più che probanti, spalancate e officianti l'orrore più tenacemente rappresentato. quando fu in camera da letto, in quella preistoria di liturgiche combinazioni, ebbe la sensazione di rivivere la desolante ferita patita al tempo di quella adolescente iniziazione, ma seppe come retribuire il danno tra le parti in conflitto. così, ritenendo di governare il mito, come il più solerte dei custodi la colpa, prese la sua parte di letto e immaginò di essere insieme salvezza e redenzione.
"mia cara", cominciò piano, come uno di quei lenti abbrivi dovuti più per inerzia che per meccanico clamore, "ti starai chiedendo ancora da dove sia giunto il male e perché tu ne sia qui l'oggetto. non ti biasimo per l'ovvietà con cui tenti di dissimulare, ma non avresti goduto di alcun privilegio semmai non ti avessi concesso la salvezza. lo sai, e bene, con quanto vigore hai sollecitato la liberazione e con quanto ardore hai desiderato la via al pentimento. adesso intendi?"
si fermò, ma non le levò lo sguardo dai suoi occhi, anzi lo moltiplicò dentro con quel lieve accanimento. misurò la furia, tolse il torso dal sacco e le assediò il petto col proprio abbraccio.
"hai sempre ritenuto dio meno del nostro credo e che la consapevolezza derivasse dal compiersi perfetto di quella rara bellezza ... avevi ragione ... e rendo merito alla tua arguzia. avresti mai immaginato che tutto potesse risolversi in modo così solenne? marco e matteo sono la nostra ricompensa, la conseguenza del nostro impegno ... la valuta d'oro, come amavi definirli. adesso, anche loro "elevano" e qualificano lo sforzo. l'esegesi, mia cara ... si quel concetto che si fa carne per la remissione dei peccati. tutto, adesso, è compiuto: il dubbio di dio è tolto ... noi possediamo la reminiscenza. la nostra opera ha superato l'intenzione e quella miserabile supponenza che dio soleva mostrare in casa nostra non avrà il merito di una seppur lieve eco."
decise un intervallo e con dolcezza, riannodando il sacco ...
"non c'e' passione, amore mio. tutto, ormai, è orrore senza ritegno tra rumori contabili e slanci addomesticati. ecco, finalmente hai inteso. ti amo più di prima."
la periferia ricominciava a prostituire la solita alchimia di avanzi. di sotto, l'anatomia del niente concordava i ricalcoli di quel "bisturi operante" e la democrazia, fatta salva, andava riproducendo i fasti della paralisi.
Frankie, lasciati i resti ai sacchi, decise che era l'ora. riparò quel poco di disordine accumulato al sangue e scelse il balcone in sala.
Vbz
21 ottobre, 2014
L'esattore. The panorama blue sky, di vitobenicio zingales
l'esattore. the panorama blue sky
l'atto di dolore recitato alla fine del salmo giornaliero, il solito bicchiere di tiepido latte schiumato, la medesima balenciaga quadrettata e il risciacquo ordinario tra denti, corone e gengive. in orario, come sempre, senza fomentare pretesti e inutili pretese. dentro le pertinenze condominiali del suo lindo e più che anonimo bilocale di periferia in culo alla luna. alle sei punto trenta … che non sbatte al mondo più di quanto possa fottere al superiore vicino di casa.
“buongiorno … un caffè.”
“ (… stronzo!)”
all’alba, prima di dio, nella geometria perfetta dell'alternanza, tra tombini e pali, il destino o la pragmatica di più laiche combinazioni elaborava duplici prospettive …
che era una di quelle solite mattine, lo sapeva il primo come il secondo dei due. ma l'uno - o forse l'altro? -, però, avrebbe dovuto intenderla in altro modo e invece, porca puttana ... sacramentate consuetudini, medesimo proiettivo risalire, stesso rapsodico tragitto … sarebbe bastato un soffio e quel pelo di sguincio non si sarebbe messo in mezzo come il solito trave evangelico.
“macchiato?”
“schiumato, latte caldo, tazza fredda, corto … grazie.”
“( … che stronzo!”)
uno si lasciava scopare dalla vita, mischiando il compiangersi con il dopobarba peggiore che in commercio gira tra i banchi al rione; l’altro immaginava che, scannando il tempo e gli incisivi di quei taluni minchioni del centro, avrebbe reso più sopportabile il farsi scopare dalla vita degli altri.
“buongiorno.”
“ (ma vaff …) … ehm, si buongiorno.”
a piedi. lentamente, con la sua cartellina e il suo 3/4 da persona per bene. avrebbe evitato le consuete sbavature semaforiche, aggirando il viale e attraversando la piazza più in là. in orario, sempre col minuto spaccato. scarpa nera allacciata, camicia bianca, calzino grigio, cravatta blu e tissot con cronografo multifunzione ... come la sua vita semiarredata e quelle scenografiche risalite contabili.
... l'uno.
a piedi, famelico, radente la paleria, con la sua lama da “16” ficcata in tasca e il suo sarcoma moltiplicante nell’anima. avrebbe lasciato la solita panchina del parco, invocando la solita merdosa fortuna. lo stronzo, il figlio di puttana, per anemica, ma esatta definizione.
... l’altro.
“un cuervo …”
“ce l’hai come pagare?”
“fanculo! e tieni pure il resto!”
a spartirsi l’afa, a quell’ora, erano sbirri in servizio e pendolari, come sempre, in ineludibile ritardo.
“e quanto cazzo ci vuole!?”
“modera i termini bastardo … il ragazzo è andato a prendere il cuervo in magazzino … altrimenti … lì è la porta!”
il "malefico".
“e questa? cos’è?”
il "per bene."
lavori in corso. strada scarificata. la piazza era stata nastrata. occorreva un’alternativa per raggirare il potenziale ritardo e per dare al capo, lo stronzo del suo verginissimo deretano in perfetto orario. gli toccò fare due conti. alla svelta.
“il vicolo, torno indietro o il tram: vada per il vicolo, perderò solo un paio di minuti, ma sono in anticipo già di cinque. dio vede e provvede ..."
il mondo, talvolta, è solo una dannata questione di numeri.
“e allora ‘sto cazzo di uno schifoso cuervo?”
e sul banco, anche se in ritardo, giunsero un bicchiere e il destino …
cento metri di destino in fondo al culo del vicolo …
“ingoialo alla svelta e fuori dal mio locale!”
è una striscia elevata al niente. una di quelle che devi far presto a metterti tutto alle spalle. sempre in ombra, con le ore che, come indegni cazzotti, ti piombano tra palle e stomaco e con quel puzzo tagliente di cagne prive di denti. è uno di quei budelli col cielo che ci prova sempre, ma tanto lo sa che è fiato sprecato. uno di quelli che talvolta è la vita e manco t’accorgi. una vena di catrame così nera che neppure a scartarlo gli verrebbe in mente alle puttane più in bolletta in strada per tirare avanti. il locale ci sta in mezzo: "the panorama blue sky" ... una stella di schifosa bettola che pare l’inferno e il paradiso insieme, a seconda di quel dio a cui si rivolge la parola dopo aver fottuto il culo al proprio vicino di stanza.
chissà per quale cazzo di motivo dio la cosa la volle così, ma quando furono a due passi l’uno dall’altro, alla vita bastò quel solo pretesto per non chiedere altri cavilli ai millimetri della più igienica sorte. e lasciò fare all'eventuale potenza del danno, mentre il sole, già da quell’ora, ne tentava, e invano, una delle sue per fottere l’ombra.
the panorama blue sky.
quando è un coltello a dirti la vita e a raccontarti la morte … in quel preciso, dannato istante hai solo il tempo di ricordare agli occhi che al mondo non sbatterà di tenere a mente l'invariabile colore dei tuoi occhi.
e tutto senza il cristo di un’ave maria a portata di mano.
“ehy signorino e dove cazzo vai a quest’ora?”
“buongiorno, mi scusi … ma, dice a me?”
“e a chicazzo sennò? vedi qualcun’altro, per caso?”
“mi scusi, ma avrei una certa fretta …”
“non voglio rubarti molto del tuo tempo … solo due secondi … “
“non voglio apparirle scortese, ma dovrei andare … sa l’ufficio …”
“signorino: e di qui col cazzo che passi!”
“cosa?”
“hai capito bene. sai cos’è questo? è un signor esattore … 16 centimetri di esattore colle palle … e ora se non ti spiace mi dai portafogli e borsetta. intesi? con calma … e non si farà male nessuno.”
“va … va bene … ma, non mi faccia male … “
“svelto, forza coglione … la borsetta …“
“il portafogli è nella cartellina … ecco … ecco, aspetti che lo tiro fuori, ecco … “
alzò il cane, distese il destro, la tenne salda e senza mirare fece fuoco centrandolo in pieno. dalle brevissime distanze. in pieno volto, tra gli occhi. gli spaccò la faccia e l’anima. insieme a tutta quella merda di piccoli e infami ricordi. il 9mm, della 357 magnum, vibrò fuori dalla nuca, conficcandosi alla fine, in uno squarcio di muro laccato di piscio. volando, lo stronzo numero 2, cadde in terra nell'anagrafe del suo sangue abusivo. prima di consegnare alla morte l'intero incarto, la vita lo strattonò per pochi istanti ancora. poi niente. solo un rigurgito di schifoso cuervo dalle bestemmie sfregiate della bocca.
e il mondo, in quel culo di un vicolo, non ebbe il tempo di ricordare il colore dei suoi occhi.
vbz
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