
Il primo mi giunse da chissà quale parte del mondo. improvviso. vigliacco e infame. lo mise dentro cattivo. una specie di pietra che ti piove addosso dal cielo. il cazzotto mi aprì lo zigomo. quello destro. poco sotto l'occhio, ma vicino abbastanza il terrore. durò un istante. molto più dell'inferno. ebbi solo la forza di guardare in silenzio il mio dolore. poi venne la tempesta.
erano in tre. un esercito. in nero. con le mostrine. la placca e le calibro nove tra inguine e palle. avrebbero dovuto leggermi i miei diritti, ebbi soltanto il dovere d'andarmene in silenzio. avrei preferito un colpo di pistola in bocca e chiudere la partita, come si fa anche con l'ultimo pezzo di merda al mondo. all'istante. e schiatti. invece mi fecero il culo come alle peggio ghanesi che battono la strada. ridendo e sputandomi in faccia.
erano cattivi. i più cattivi, forse. cani affamati di sangue e di chissà cos'altro ancora. forse di "quei tanfi" che arrivano dopo i cazzotti o di quelle umide zaffate che rilasci, giù per le mutande, dopo i colpi tra le vene del fegato.
erano cattivi. indossavano una divisa. con tanto di matricola e i distintivi dello stato.
il primo cazzotto fu il più duro, fra quei cento che riuscirono a mettere dentro. pensavo di non meritarlo, eppure me lo stamparono in faccia come la più infame tra le pugnalate alle spalle. e quella fa male. e brucia. ma dentro.
cercavano un pretesto, ma trovarono la morte.
di punta. di taglio. e di tacco.
l'innesco. l'ingaggio. e il massacro.
e io, tra loro, con tutta la mia vita addosso. ma non gli sarebbe bastata. la presero, con tutto quello che ancora c'era dentro. avrebbero potuto sfamarsi coi primi cazzotti in faccia e invece da me pretesero qualcosa che non è possibile concedere: volevano la mia anima, volevano la mia dignità.
mi presero soltanto la vita.
sessanta chili scarsi, fra intestini, femori e cranio.
ho imparato molto dalla loro furia. dalla loro infamia. ho imparato molto dalla loro sete bestiale. dai loro avidi lamenti. ora so che ad un uomo puoi togliere, negare o spezzare la vita, ma nonostante lo strazio e il dolore, per il fegato spappolato o per i denti e gli sfinteri in frantumi, tu a quell'Uomo null'altro puoi togliere se, fino all'ultimo respiro, in quell'Uomo batte forte il senso vero della libertà. e io, fino all'ultimo pulsare del sangue in vena, sono stato libero: di sognare, di non gridare e di ricordare. e se si è liberi, si è degni di vivere nonostante lo schifo che ti obbligano ad ingoiare.
il secondo cazzotto fu più violento del primo.
alla nuca. da dietro. quando ancora, piegato in due, era la nebbia per il primo pugno in faccia.




