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14 dicembre, 2010

A tu per tu con... Angelo Macchiavello!

a cura di Riccardo Barbagallo
 
Partecipando alla Fiera della piccola e media editoria di Roma, ho avuto modo di riscontrare molte aspetti piacevoli, ma quello che mi ha colpito di più rispetto ad altre, sono… I giornalisti! Spesso sono lì per lavoro e basta, ma a volte portano dentro di sè una vera e propria passione per i libri e l'editoria... Incuriosito da questa cosa, ho deciso di rivolgere delle domande ad un giornalista vero e autorevole: Angelo Macchiavello.
Angelo Macchiavello è nato a Busto Arsizio, provincia di Varese. Ha sempre abitato a Milano perchè suo padre, anche lui giornalista (Corriere), lavorava lì. Ha frequentato l'università senza però finirla, perchè era riuscito a trovare lavoro e non voleva rinunciarvi. Lui come tanti giornalisti, ha iniziato la sua carriera collaborando un po’ per caso, con un piccolo giornale: Il tennis italiano. Naturalmente agli inizi i compiti a lui affidati dai vari caporedattori non erano complicati e difficili, ma frequenti. Così come per caso iniziò a collaborare con diversi giornali, per caso fu anche il suo arrivo in tv. Il capo della società che produce Nonsolomoda, Giorgio Oldani, cercava un giornalista che fosse esperto di cani e gatti per una serie di puntate che sarebbero andate in onda su

09 dicembre, 2010

Se una notte d'inverno un viaggiatore... Intervista ad Andrea Chimenti

Di Elisabetta Costantino e Marcella Longo

1. Se non avessi iniziato la carriera musicale con i Moda, ti saresti comunque avvicinato alla musica o avresti fatto il disegnatore di cartoni?
Credo che la musica sarebbe stato un passaggio obbligato comunque. Nei primi anni ’80, il mondo dei cartoni animati, passava un periodo di crisi a causa dell’importazione del cinema d’animazione giapponese. Le produzioni italiane si trovavano a competere con i bassi costi di quelle giapponesi. Io mi trovavo ad iniziare proprio in quel frangente e riuscii ad entrare nel mondo della pubblicità che non amavo molto. Disegnai insieme a Massimo Indrio una puntata pilota per una serie di cartoni per bambini, si chiamava “Le avventure dell’esploratore Maccherone”. Fu proiettato al festival di Lucca raccogliendo consensi, ma non riuscimmo a farlo decollare. Intanto la voglia di fare musica prendeva il sopravvento e finii per abbandonare il disegno.

2. La Firenze dei Moda è la concretizzazione di un’atmosfera molto creativa e molto produttiva di quegli anni. Cosa c’era alla base del fiorire di così tanti gruppi, cosa inseguivate, cosa vi animava? 
E’ stato uno di quei rari casi in cui l’Italia è stata al passo con il resto dell’Europa. La New

01 dicembre, 2010

Intervista ad un giovane soldato

Questa intervista viene pubblicata rispettando la volontà dell’intervistato che ha richiesto l’anonimato.
La scelta di realizzare un’intervista ad un giovane ragazzo in servizio nell’Esercito Italiano è nata dalla stringente necessità di dare un volto più umano alle logiche di potere e istituzionali che, tante volte, ci vengono somministrate attraverso i tg e i quotidiani. Avevo bisogno di poter guardare negli occhi l’altro per soddisfare i vuoti di pensiero in merito ad alcuni aspetti nodali del nostro paese, legati all’Esercito: lavoro, patria, futuro, missione, rapporti tra paesi stranieri e più di tutto, guerra e morte.

Probabilmente certi vuoti di coscienza mi tormenteranno ancora: siamo lontani dal parlare serenamente e senza retorica di certi temi, ma sono contenta di condividere con voi questo piccolo, piccolissimo tentativo di dialogo.

Buona lettura e spero potremo confrontarci sul tema insieme.
Elisabetta Costantino

 

1. Hai mai pensato, anche solo per un attimo, che avresti potuto non fare ritorno a casa?

Si… L’ho pensato, non solo una volta… Mi è capitato diverse volte in Afghanistan, ma anche il giorno stesso della partenza. Lo si mette in conto.


2. Credi che il tuo stipendio sia adeguato al lavoro che svolgi per l’esercito? No. Penso

05 settembre, 2010

Metti un pomeriggio con...Gero Guagliardo, Roberto Pizzo, Nazario Di Liberto

Sullo sfondo un muro mezzo sgretolato e consunto dal tempo, alcuni pezzi di scenografia lasciati (forse) all'incuria.
In questo affascinante e fatiscente Parco di Villa Pantelleria incontriamo Gero Guagliardo, Roberto Pizzo e Nazario Di Liberto e tutti gli elementi ci portano a pensare che tra le risate di tre amici c'è qualcosa di più profondo, quel qualcosa che andrà in scena giorno 7 Settembre, quando verrà presentato lo spettacolo teatrale "Chi (ri)esce".
La profondità e la magia che si percepisce nell'unione di questi tre giovani artisti, è la stessa che hanno instillato nel loro lavoro e in questo monologo. In un ritmo calzante pieno anche di silenzi, di sorrisi e di cose non dette, la chiaccherata fatta con loro mi è servita. Mi è servita a ricordare cosa significhi cavalcare un sogno. E nonostante il vento che ha funestato parole e suoni, c'è sempre la possibiltà di fare "switch", di cambiare e di passare alla versione corretta della propria vita... Come a dire... BUONA LA SECONDA!!

Gero e gli altri vi affascineranno non solo facendovi riflettere, ma anche è soprattutto facendovi ridere, sorridere e infine commuovervi!

E ora gustatevi il video e MI RACCOMANDO, vedetelo fino alla fine....Quando probabilmente anche voi avrete la possibilità di CAMBIARE ciò che avete appena visto!!!!


Vi aspettiamo quindi martedì 7 settembre
presso il Parco Villa Pantelleria, vicolo Pantelleria 10 - Palermo
per
CHI (RI)ESCE
di Gero Guagliardo con la regia del nostro Vitobenicio Zingales





02 settembre, 2010

Metti un pomeriggio con... Pif

La fortunata serie di interviste di "Metti un pomeriggio con..." continua il suo viaggio con Pif, iena e testimone, narratore volontario di alcune verità dette con una delle armi più potenti, la risata.
Capita alle volte infatti, di prestare attenzione soltanto ad alcune storie, quelle che ci vengono raccontate ad esempio con ironia, con la leggerezza e la distanza che, quasi sul punto di farci irritare, in realtà ci conquistano irrimediabilmente. Credo di vedere questo nelle storie di Pif, soprattutto quelle raccontate nel fortunato esperimento di Mtv "Il testimone", di cui quest'anno verrà proposta la quarta serie.
Nella placidità dei movimenti lenti, come se stesse sopportando chissà quali fatiche, e nel sorriso sornione di chi osserva e non semplicemente guarda la realtà, in tutto ciò si svela la bravura di Pierfrancesco Diliberto.
Iena, testimone, che da grande vuol fare il regista!
Elisabetta Costantino

23 luglio, 2010

Un posto (al sole) alla Regione

Un posto (al sole) alla Regione

Fin da ragazzino ho avuto il sogno di diventare funzionario di pubblica amministrazione. Dai tempi in cui alcuni pomeriggi andavo a trovare mia zia all’Assessorato alla Presidenza e mi aggiravo tra quegli uffici che, quasi sempre vuoti, profumavano di pelle e le cui finestre si affacciavano su una sempre trafficata piazza Don Sturzo.

Crescendo tale sogno è divenuto desiderio.

Un desiderio dettato vuoi dall’incertezza occupazionale che regna sovrana in Sicilia, vuoi dall’orgoglio che avrei provato se fossi divenuto un dipendente dello Stato, vuoi dalla possibilità di intraprendere una prestigiosa carriera in pubblica amministrazione, vuoi dalla stabilità economica e previdenziale garantita dall’occupazione statale.

Pertanto, da bravo giovane in cerca di occupazione mi sono cimentato negli anni passati in alcuni concorsi per accedere in pubblica amministrazione, ma aimè con esiti negativi.

Ma da diversi anni a questa parte ho rinunciato a partecipare ai concorsi pubblici per accedere alla Regione Siciliana per un semplice motivo: non vengono più banditi concorsi pubblici dalla Regione.

Purtroppo la pianta organica dell’amministrazione regionale è stracolma. Oggi infatti i dipendenti regionali, a tempo indeterminato e determinato, in Sicilia sono quasi 21mila. Cioè, tanti quanti i dipendenti di tutte le regioni del Nord messe assieme!

Un numero spaventoso. Però i conti non mi tornano. Se da oltre 10 anni non si bandiscono concorsi pubblici per accedere in amministrazione regionale ed ogni anno oltre 500 dipendenti regionali vanno in pensione, come mai oggi ci sono 21mila dipendenti?

La risposta è tanto semplice quanto inverosimile: PRECARI.

Si, i precari. Un esercito di disoccupati (oltre 20.000), suddiviso in armate chiamate L.S.U., P.I.P., Ex-articolisti, Ex-detenuti, Borse lavoro e chi più ne ha, più ne metta. Questo esercito, che “occupa” la pubblica amministrazione ai vari livelli (Comune, Provincia, Regione), è un po’ come la Legion etrangere, dei mercenari pronti a “combattere” ad ogni tornata elettorale per il “committente” di turno. Questi disgraziati vanno avanti così da quasi 20 anni. Ad ogni tornata elettorale, il candidato di turno mette sul tavolo della trattativa una bella proroga ai contratti di almeno 2 anni ed i “legionari ingaggiati” cominciano a rastrellare il territorio alla ricerca di voti per il “loro” candidato. Un sistema ormai talmente collaudato che va avanti senza intoppi da diversi anni.

Un sistema che ha permesso di ingrossare a dismisura il numero dei dipendenti regionali, poiché questi precari, nel corso degli anni, sono stati via via stabilizzati, entrando appunto in pianta organica.

Quindi “Mamma Regione” si è ritrovata, nel giro di pochi anni, con numeri e costi spropositati in risorse umane.

Risorse spesso non qualificate, mal gestite e inutilizzate. Diciamoci la verità, basta farsi un giro per gli Assessorati regionali per trovare, ad esempio, cinque persone in una portineria piuttosto che quattro persone all’ufficio posta in entrata.

Purtroppo negli ultimi 15 anni la Regione non ha assunto personale tramite concorso pubblico (tranne l’A.R.S.), questo significa che da almeno 15 anni non accedono ai pubblici uffici risorse umane qualificate, magari qualche giovane con una bella laurea, un bel master di specializzazione o un bel diploma tecnico. Niente di tutto questo: solo precari, la maggior parte dei quali solo con la licenza media, buttati negli uffici a fare le pulizie, a fotocopiare, a passare le carte e a sorvegliare le portinerie.

Negli ultimi 15 anni, e chissà per quanti anni ancora, è stata negata, de facto, anche solo la speranza di un futuro nella pubblica amministrazione siciliana a migliaia di giovani disoccupati ben qualificati (e c’è ne sono tanti) ignorati a beneficio di soggetti che sono stati selezionati senza concorso pubblico, non per maggior merito o intelligenza, ma solo per obbedire a logiche clientelari che hanno avuto come obiettivo solo la conquista di un seggio alle prossime elezioni.

Non ho nulla contro i precari, né voglio abbandonarmi a derive qualunquiste, ma provo tanta rabbia nel vedere molti miei amici, alcuni dei quali andati via dalla Sicilia, giovani avvocati, medici, commercialisti, architetti ed ingegneri (davvero di belle speranze) non riuscire ad avere una dignitosa collocazione nel mondo del lavoro.

A questa gente, in Sicilia, non viene data nemmeno la possibilità di misurarsi in un pubblico concorso, mentre ad altra gente, che magari in un quartiere popolare riesce a raggranellare 200 voti in campagna elettorale viene dato, senza alcuna prova da superare, un impiego, uno stipendio, una speranza di futuro, una vita.

Concluderò osservando i costi sociali altissimi che questo abietto sistema è in grado di generare.

“I precari” restano per anni in ostaggio dei vari politici di turno che promettono la stabilizzazione lavorativa in pubblica amministrazione.

“I giovani di belle speranze” vanno via dalla Sicilia, che si impoverisce così della vera fonte di sviluppo: le risorse umane qualificate.

“I contribuenti” pagano l’enorme costo del personale di questo titanico “carrozzone burocratico” (oltre 1 miliardo di euro all’anno) ricevendo in contropartita fra i peggiori servizi pubblici del nostro paese.

21 luglio, 2010

Da mezzanotte a Zero booktrailer. Intervista al nostro direttore della fotografia: Pietro Vaglica

Intervista. Forse troppo pretenzioso chiamarla così. Meglio dire: chiacchere semiserie con Pietro Vaglica, direttore della fotografia,  professionista, lavoratore instancabile, ma soprattutto CALABRONE!
Perchè? Leggete per scoprirlo!

1. Pietro Vaglica, su you tube sei stato contaggiato e hai contaggiato con il video-virus “Io non posso”: quando è stata l’ultima volta che ha detto o dovuto dire “io non posso”?
Per mia fortuna ho dei buoni anticorpi e difficilmente vengo contagiato dai video-virus, solo una volta sono stato contagiato dall'EsperiMentos, ma dopo le dovute cure sono del tutto guarito.. poi un giorno mi sono svegliato e ho immaginato un mondo migliore. un mondo piendo di video IO NON POSSO.. e il mio progetto ha iniziato a prendere piede.. per realizzare il mio progetto di conquistare un mondo di IO NON POSSO ho dato vita ad una piccola serie per il web "I LEGODRAMMI", una profonda riflessione sui problemi relazionali, sulla difficoltà di comunicare dell'era moderna.. purtoppo il mondo in cui viviamo in un modo o nell'altro ci mette sempre davanti a delle situazioni in cui siamo costretti a dire io non posso, ma poi ci rendiamo conto che se il calabrone riesce a volare, nonostante quello che ne dicano gli ingenieri e gli scienziati, allora bisogna soltanto credere in noi stessi e ascoltare quello che dice il nostro cuore.. l'ultima volta che io ho dovuto dire IO NON POSSO? in questa intervista!

2. E io che ti credevo una persona “seria”… Ti senti più a tuo agio come Pie DeMente, Pie DeCess o Pietro Vaglica?
Io non posso definirmi di sicuro una persona seria e non capisco come lei abbia mai potuto pensarlo. di sicuro mi sento più a mio agio come PieDeCess, io penso che la scelta del nome sia molto importante, quando si parla di un personaggio "pubblico", deve essere qualcosa che subito identifichi l'uomo che c'è dietro... quando ti presenti come PieDeCess la gente gia sa che il tuo prodotto sarà DECESS e quindi se vede qualcosa che fa cagare non ha di che lamentarsi.. utente avvisato mezzo salvato!

3. Qual è il progetto di cui vai più fiero?
Io non posso dire di andare fiero di qualcosa che ho gia realizzato... sono moltro critico e il budget zero di tutti i miei progetti crea lacune e pecche enormi che a mala pena riesco a sopportare ogni volta che vedo un mio lavoro... ma poi penso.. tanto sono lavori DECESS!!! il progetto di cui vado più fiero? di sicuro quello che ho nel cassetto.

4. Adesso che sei giunto al punto di svolta della tua carriera (ahah)… l’incontro con Vito Benicio Zingales, in che modo hai reinterpretato il concetto di book trailer con la sua particolarissima scrittura?
Io non posso di certo tradire la fiducia che ho nei booktrailer, credo nelle loro potenzialità e nel loro particolare linguaggio ibrido tra letteratura e cinematografia, nelle sue capacità di attirare alla lettura i NON LETTORI attraverso il loro linguaggio cinematografico e sopratutto alla sua capicità di trasmettere in pochi secondi le atmosfere, emozioni, sensazioni a cui i LETTORI sono abituati. Purtroppo a volte restano dei esercizi fini a se stessi... l'anima del booktrailer sta proprio nella viralità del prodotto e realizzare un prodotto che si possa definire VIRALE è una impresa ardua. Per questo booktrailer realizzato con VBZ ho cercato di realizzare delle atmosfere che fossero il più possibile fedeli alle emozioni che VBZ stesso mi ha trasmesso parlandomi del progetto che voleva realizzare, ma restando fedele alla natura cinematografica del booktrailer ho cercato di realizzare delle atmosfere che subito fossero riconoscibili in modo tale da identificare subito il prodotto finale. spero di essere riuscito nell'intento.

5. Fai uno spot di dieci secondi che convinca un aspirante montatore, filmaker, regista (chi più ne ha, più ne metta) e restare in Sicilia per inseguire i propri sogni.
Io non posso, non sarebbe uno spot convincente! se sei un libero professionista e se vuoi lavorare male e con difficoltà, senza aver riconosciuti i meriti del tuo lavoro, allora resta in sicilia! purtroppo per i videomaker siciliani non esiste un territorio che valorizzi il loro lavoro, per quanto riguarda spot e servizi, i committenti difficilmente hanno idea di quanto lavoro ci sia dietro un buon prodotto e tutti i videomakers sono costretti per lavorare a dover realizzare prodotti "scadenti" per via dei budget ridotti. se vuoi farti conoscere attraverso il tuo lavoro e non hai la possibilità di fare un buon lavoro che senso ha restare a palermo? per quanto riguarda il cinema nessuno si improvvisa (o si dovrebbe improvvisare) cinemaker... ci sono scuole, corsi e sopratutto ci vuole esperienza pratica... scuole e corsi nel palermitano sono quasi del tutto inesistenti e sopratutto ci sono poche sono le troupe professioniste che vengono a girare in sicilia, quindi si hanno sicuramente maggiori possibilità andando a "tentare la fortuna fuori".. io adoro la mia terra ma sono critico e realista. so cosa vuol dire lavorare seriamente e so quanto sia difficile farlo a palermo. un attimo più di respiro in questo senso si ha a catania... ma per noi popolo palermitano poco vedo.. il mio sogno sarebbe quello di poter lavorare bene in sicilia, ma al momento IO NON POSSO che consigliare di impegnarsi un po' tutti perchè ciò avvenga e non dover abbassare la testa a compensi ridicoli tanto per poter lavorare, e sopratutto cercare di fare il massimo anche quando è veramente difficile, per creare un prodotto che valorizzi in primis noi videomaker.

Vorrei concludere che io non posso definirmi direttore della fotografia o montatore, nonostante abbia fatto esperienza in entrambi i campi, nonostante la mia formazione universitaria e nonostante il mio curriculum, ma solo un calabrone che continua a volare.
Elisabetta Costantino

Fonte immagine: www.vimeo.com

11 luglio, 2010

Camilla Portafortuna - recensione e intervista a Stefano Ceccarelli

di Monica Lo Iacono


Dicono che Camilla cerchi il principe azzurro.
Io dico che il principe azzurro sia lei, 
perché non è una ragazza da salvare,
ma anzi una salvatrice. 
Dicono che Camilla porti fortuna.
Ed io dico che la fortunata sia lei, 
ad avere sempre una risposta 
e mai una domanda. 


     
Stefano Ceccarelli, romano, classe ’63. Sceneggiatore. Di “due mamme di troppo”, giusto per dire. 
Ceccarelli: uno che ti dice grazie, uno che ti dice “quando vuoi”, uno di quelli educati come ne sono rimasti pochi, insomma.







• Di te si dice che questa sia la tua “prima fatica letteraria”. Del libro che sia “una favola moderna.” A te alla fine le frasi fatte non sembrano etichette?
“Sì, è vero, spesso mi sembra di sentire i titoli dei telegiornali con quelle frasi tipo "abbassare i toni", "giustizia a orologeria", "linciaggio mediatico". D'altronde, come ben sai, chi non risica non rosica e di mamma ce n'è una sola. Anche perché, per citare la mia fiction, due mamme sono di troppo”.

• Di fortuna non hai bisogno… per fare il gioco delle citazioni “homo faber suae quisque fortunae” e il tuo talento ti ha portato a fare grandi cose nel mondo della scrittura e dello spettacolo. Secondo te oggi chi avrebbe più bisogno di conoscere Camilla?
“Di fortuna c'è sempre bisogno, anche se uno non ci crede, non costa nulla, basta solo non farsi venire la smania di cercarla per forza. E' vero che ciascuno è artefice della propria sorte e io penso che da una parte ci deve mettere del suo per farcela, e molto anche. Se poi c'è un po’ di culo, non guasta. Oggi come oggi, Camilla dovrebbe parlare con tanta gente, dovrebbe avere la fila allo sportello, e in mezzo alla fila, dovrebbero starci i politici, a sentire le persone comuni e a sbirciare nelle loro bollette e nei loro pensieri. Poi, se non sono codardi e non fuggono, potrebbero capire meglio e parlare di meno.”

• Ho visto il tuo booktrailer online, davvero bello. Cosa accadrà adesso? Quali sono i tuoi prossimi impegni? C’è tempo per un giretto verso sud, per portare un po’ di fortuna tra un cannolo e una granita?
“Sì, il booktrailer è veramente bello ma non è opera mia. Ad agosto andrò a Siracusa per qualche giorno, per fare, vedere, toccare, baciare, un pò di mare vero. E ovviamente sfondarmi di cannoli e granite. Li fanno i cannoli a Siracusa?”


Prima di cominciare questo libro, tra le scatole del trasloco e i fogli di giornale, mi hanno messo in allarme. “Monica, dicono che questo racconto sia una faccenda intorno alla fortuna. Un libro per buoni, una favola moderna. Te la senti di scriverne a recensione? ”
Erasmo da Rotterdam diceva che la fortuna ama le persone non troppo sensate. Lei ha nella sua precisione un senso che non c’è: Camilla non calcola, vive. Vive tutte le vite del mondo a costo di assistere, da spettatrice, alla sua. Tra un fotoromanzo e una rivista assiste alla nascita della sua frase del giorno. La sua unica scelta, senza l’ambizione di soppiantare quel mare calmo di vita, sta su un dito puntato a caso, tra l’inchiostro secco e le parole di carta. Nonostante il suo affidarsi alla casualità, Camilla non vive in balìa degli eventi: li crea. Soffia sul vento che gonfia la vela della altrui fortuna. Camilla, per farvela breve è il dio della parabola. Una artista dei fortunati eventi. E siccome la libertà dell’artista deve essere assoluta, tale è la sua libertà di sceglierne il metodo. Camilla porta fortuna a modo suo. A noi non resta che stare a guardare, pagina dopo pagina e assistere allo sgretolarsi delle mie reticenze.



• Ti dirò, caro Ceccarelli, che io non credo alla fortuna. Credo, per citarti John Nash, nell’assegnare un valore alle cose. Posso guarire dal mio scetticismo?  :)
“Non sono la persona più adatta a guarire gli altri dallo scetticismo ma nemmeno dal suo contrario. Cerca di aprire uno spiraglio alla possibilità che la fortuna possa esistere. Se esiste la Gelmini, tu dirai, non può esistere la fortuna. Invece io ti dico, se esiste la Gelmini, perché non potrebbe esistere la fortuna?”



Questo libro, in definitiva, è davvero una faccenda intorno alla fortuna, al caso, agli eventi. Un laboratorio di leggerezza e una tavola di riflessioni. Ed io, gliene devo dare atto, mi sono sentita alleggerita già dopo le prime pagine, fuori dal mio ingombro. Eppure non me la sento di etichettare Camilla Portafortuna come una favola moderna. Penso, piuttosto, che sia quello che noi vogliamo che sia. Per me è un piccolo grande capolavoro.



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